DI GIORGIO DELL’ARTI
Attentato a Parigi, a Londra in azione un killer dei musulmani
Sarà contento il Califfo del pazzo inglese che a Londra è andato ad accoltellare musulmani in uscita dalla moschea, gridando il suo odio per l’Islam e il suo desiderio di vendicare gli attentati dei jihadisti?
Credevo che avremmo cominciato raccontando il fatto di Parigi.
Il fatto di Parigi è la solita storia del matto radicalizzato dall’Islam che tenta il sacrificio che lo porterà in Paradiso e ci lascia infatti le penne. In definitiva con la storia di Parigi, che racconteremo subito, siamo su un terreno tristemente conosciuto. Con Londra invece ci troviamo a ragionare su un fatto del tutto nuovo: un cristiano si è infuribondito per i massacri perpetrati dagli islamisti e ha creduto di vendicarsi tentando una strage fuori dalla moschea. La domanda iniziale non è insensata: il killer di Londra, così facendo, ha provocato un dolore ad Al Baghdadi o Al Baghdadi si compiace anche di questo attentato?
Secondo lei?
Secondo me, il Califfo è ben contento dell’episodio londinese perché la sua strategia punta a un innalzamento e a un allargamento dello scontro, specie in queste ore in cui sembrano prossime la caduta di Mosul e quella di Raqqa. I cristiani reagiscono e ammazzano i musulmani? Ma è magnifico, dal suo punto di vista, quello che ci vuole secondo lui è proprio questo, lo scontro finale. La linea del Papa che nega l’esistenza di una guerra di religione (il Papa ha torto, ma è utile che propagandi quest’idea) è quella che dà più fastidio al Califfo. Del resto, in ogni caso, la jihad è l’affare di una minoranza. La gran parte degli uomini e delle donne, che credano in Maometto o in Gesù Cristo, vuole soprattutto vivere in pace, e se qualcuno riuscirà a dargli la pace ne saranno felici.
Allora entriamo nel dettaglio dell’episodio di Londra.
A Londra, nella zona di Finnsbury Park, c’è questa moschea famosa un tempo per il suo radicalismo. Vi predicava, esortando alla jihad e al martirio, il famoso imam estremista Abu Hamza. Prima ancora la frequentava Richard Reid, l’uomo che nel 2001 s’era nascosto un ordigno in una scarpa, poi era salito su un volo Parigi-Miami e aveva tentato di far esplodere la bomba. A un certo punto gli inglesi avevano chiuso questa moschea e, dopo averla riaperta, avevano badato che i leader religiosi fossero di pensiero moderato. E, a quanto pare, in Finnsbury Park non si predica più la morte altrui. Ma l’attentatore di ieri forse non lo sapeva: s’è presentato dunque intorno alla mezzanotte con un furgone in Seven Sisters Road, ha tentato di travolgere i fedeli, poi è sceso brandendo un coltello e s’è gettato addosso ad alcuni di questi gridando, pare, «Uccido tutti i musulmani». I poliziotti sono arrivati presto, lo hanno immobilizzato e portato in ospedale, e quindi in carcere. Non ci hanno detto nulla di lui, ma dovrebbe abitare a Cardiff, perché subito dopo è stata fatta un’operazione in quella città, con perquisizioni e tutto il resto. Anche il furgone era stato noleggiato in Galles. L’attentatore è un tizio grande e grosso, di pelle bianca e di 47 anni di età. I servizi britannici non l’avevano mai sentito nominare.
Morti? Feriti?
C’è un morto, ma dovrebbe essere rimasto vittima di un malore. Quando è arrivato il furgone era già seduto per terra, in preda a un mancamento, e la gente intorno a lui lo stava assistendo. I feriti sono una decina di cui due curati sul posto.
Veniamo all’episodio francese.
Questo è costato la vita all’attentatore (non ne sappiamo il nome neanche qui). Costui ha imboccato gli Champs-Elysées e guidato la sua macchina contro una camionetta della polizia. L’urto ha provocato un incendio alla sua automobile che è quindi esplosa, o forse addirittura implosa secondo il racconto di un testimone oculare. Dentro, s’è visto poi, c’erano un kalashnikov, delle munizioni, delle bombole di gas. Mancava più o meno un quarto d’ora alle quattro del pomeriggio. Il testimone oculare è Eric Faverau, giornalista di Libération. «Ho visto un’implosione nell’abitacolo del veicolo fermo, da cui è fuoriuscito un getto di fiamma. I gendarmi si sono precipitati nei loro camion per prendere alcuni strumenti e con quelli hanno rotto i vetri dell’auto da cui hanno tirato fuori un uomo. L’hanno messo a terra, e intanto gli altri con gli estintori stavano spegnendo il fuoco». L’attentatore stavolta era ben noto ai servizi, che lo avevano qualificato con la lettera S che designa gli islamici radicalizzati. Di lui sappiamo solo che aveva 31 anni ed era nato ad Argenteuil in Val d’Oise, la stessa regione d’origine di Farid Ikken, che lo scorso 6 giugno, davanti a Notre Dame, gridando «Lo faccio per la Siria», aveva aggredito tre poliziotti con un martello. Il punto degli Champs-Elysées dove è avvenuta l’aggressione di ieri è quello dove si trova il commissariato dell’VIII arrondissement, a poche centinaia di metri dall’Eliseo e a poche ore dall’incontro, nell’Eliseo, tra Macron e il re di Giordania. Dal gennaio 2015 a oggi le persone morte in Francia per un attentato terroristico sono 239.
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