DI GIULIO CAVALLI
https://alganews.wordpress.com/
Si sta facendo un po’ di confusione ultimamente sulle turbolente vicende della famiglia Riina. A partire dal padre che da sempre prova a scavalcare in qualsiasi modo il 41 bis, fino alla dichiarazione di indigenza di figlia Lucia e per ultimo con il post bullo di quel piccolo galletto spennato che è suo figlio Salvuccio che, dopo avere scritto un libro luridamente innocentista dal titolo “Riina Family Life”, oggi si lancia sul suo profilo Facebook in un’orrida esultanza per una fotografia che ritrae cotanto padre appeso al ristorante “Martini” di Tenerife (fate qualcosa di buono: non andateci) insieme alla foto di Roberto Baggio.
“Alcuni miei grandi amici della Romania – scrive il figlio del boss riprendendo la foto su Facebook – si sono trovati in questo ristorante, e guarda guarda che fotografia c’era sulla parete assieme ad altri personaggi famosi nel mondo… Grazie amici miei”. E sotto, ovviamente, un crogiolo di commenti deliranti di aspiranti mafiosi che vomitano favoreggiamento culturale alla mafia come “Grande zu Totuccio”, “Io ho il locale pieno di mafiosi e boss americani nelle foto” oppure “Zio Totò numero uno al mondo”. Tutti insieme appassionatamente a inchinarsi (in modalità 2.0) al figlio del capo dei capi in un servilismo internettiano che ci riporta al secolo scorso nonostante il mezzo informatico.
Niente di nuovo sotto al sole se si tiene conto che fu proprio Salvuccio a calcare il palco del salotto televisivo di “Porta a Porta” in un’intervista in cui Bruno Vespa lo invitò per presentare il proprio libro scatenando le (giuste) ire dei famigliari delle vittime di mafia che troppo spesso devono fare i conti con la solitudine del proprio dolore. Nulla di nuovo anche rispetto all’intervista che Lucia Riina, tutta imbellettata come le patetiche dive di provincia, rilasciò a Panorama nel 2014 in cui si permise di dire (meglio: le permisero di dire) “Si respirava amore puro in casa, sembrava di vivere dentro a una fiaba: mamma mi accudiva, papà mi adorava e mia sorella Mari per farmi addormentare mi raccontava le favole accarezzandomi i capelli. Mio fratello Gianni mi metteva sulle sue gambe chiamandomi “pesciolino”, Salvo (col quale la differenza di età è di appena tre anni, ndr) era il compagno di giochi. Avevamo un cane e un gatto, per questo adoro gli animali” dipingendo un quadretto famigliare da voltastomaco. Anche in quel caso, guarda un po’, la giornalista di turno si “dimenticò” di ricordare le gesta (e i morti ammazzati) del padre e, visto che si parlava anche dello zio, di ricordarle che si tratta di quel Leoluca Bagarella che fu assassino al servizio di Cosa Nostra.
Il bullismo verbale di questa famigliola da Corleone quindi ha una storia antica che ciclicamente torna ad occupare le cronache dei giornali: non si tratta di un inciampo, no. Qui piuttosto siamo di fronte a una “leadership ereditaria” che questi giovanotti vorrebbero imporci come se avessimo ancora la pazienza di sopportarli. Come gli adolescenti impennano con il motorino Salvuccio (e Lucia) invece ci sventolano in faccia il loro cognome senza sapere che è il simbolo putrido del fetore della storia recente italiana.
“Le colpe dei padri non devono ricadere sui figli” scrive qualcuno credendosi garantista: qui non si tratta di ciò che ha fatto Riina. Qui le colpe sono tutte di questi suoi figlioli che non hanno nemmeno la dignità di ritirarsi in un decoroso silenzio sul ruolo del loro padre. Lucia e Salvo non parlano della figura privata di “U Curtu” ma giocano sul suo ruolo pubblico di conclamato boss. E questo no non possiamo permetterglielo.
Per inciso, poi, ultimo ma non meno importante, c’è anche l’aspetto criminale proprio del figlio Salvo che, oltre che essere il figlio di Riina, è stato anche un mafioso fatto e finito come sancito dai tre gradi di giudizio. E non solo: per la procura di Palermo diretta da Francesco Lo Voi, il rampollo del capo dei capi resta in una situazione di «persistente pericolosità sociale». Alcuni mafiosi, non molto tempo fa, sono stati intercettati mentre facevano il suo nome per risolvere una questione interna a Cosa Nostra: “millantano il mio nome” ha detto Salvuccio al giudice di sorveglianza. Come se millantare la merda non fosse anche un vizio di famiglia.

Altro…

Annunci