DI SILVIA GARAMBOIS
Lo sguardo, alla fine, non si posa mai su quelle donne che dividono la vita con i nostri vecchi, donne venute in gran misura da paesi dell’Est – ucraine, rumene, moldave… Presenze eternamente in secondo piano, come se non avessero altra esistenza al di là del riflesso dell’anziano da accudire. Altro sorriso se non quello così professionale, tranquillizzante. Del resto non chiedono amicizia, ma lavoro: hanno lasciato la famiglia, i figli per questo, sono donne “toste”. E così ci mettiamo l’animo in pace.
La chiamano “sindrome Italia” e, per chiarire subito, non solo non assomiglia affatto al romantico “mal d’Africa” e alla fascinazione per un paese lontano ma è, all’opposto, quel male oscuro – depressione, senso di solitudine, smarrimento – che colpisce a tradimento le donne arrivate in Italia per fare le badanti. Ammalate di nostalgia. Un male di cui non vogliamo sapere fino a che la realtà non ci arriva addosso, spesso in modo drammatico.
A infrangere la nostra indifferenza le notizie di quante non hanno retto più la “doppia vita” di una esistenza in una famiglia che non è la loro, mentre la famiglia d’origine (marito, figli) la ritrovano solo su skype, o nei filmini girati col telefono cellulare, e si lasciano sopraffare dalla depressione. Come è avvenuto nei giorni scorsi nell’avellinese, con il suicidio di una badante polacca, ultimo di una triste serie. O meno tragicamente poter scoprire sui giornali o in tv le loro storie (a merito, nelle scorse settimane, un réportage di “Nemo”, su Raidue): la fatica della lontananza e la paura del ritorno a casa, dell’incontro con figli per i quali hanno sacrificato pezzi di vita e che ora non le riconoscono più come mamma, che rimproverano l’abbandono, di essere stati lasciati a crescere “orfani bianchi”.
Queste donne vivono sotto il nostro tetto, basta bussare alla loro stanza tappezzata di immagini sacre e foto di matrimoni per entrare in un altro mondo, il loro, per ascoltare la paura di guerre di cui al tg non si parla più, la nostalgia delle feste, le lacrime di malinconia e orgoglio per i figli. Per ascoltare storie di migranti, che alla fine assomigliano così tanto, sempre, alle storie che si tramandano in tutte le famiglie. Ma che stavolta parlano la lingua di donne sole che hanno lasciato soli i loro figli.
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