DI MIGUEL GOTOR
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Si sarà capito che per Articolo 1-Movimento Democratico e Progressista la vicenda del Ministro dello sport, Luigi Lotti, e quella dell’amministratore delegato della Consip, il dottor Luigi Marroni, sono indissolubilmente intrecciate.

È del tutto evidente che uno dei due ha mentito davanti all’autorità giudiziaria e continua a farlo davanti all’opinione pubblica e che la loro contemporanea permanenza in carica, nei rispettivi ruoli, costituisce un inaccettabile segnale di arroganza politica che contribuisce ad aumentare il discredito delle istituzioni pubbliche che abbiamo l’obbligo costituzionale di servire con disciplina e onore.

In più occasioni abbiamo sottolineato l’opportunità, se non la necessità, di procedere alla sospensione delle deleghe al ministro dello sport Lotti, fino al chiarimento della vicenda che lo vede coinvolto e continuiamo a ritenere che il Governo debba potere operare al riparo delle ombre su comportamenti non irreprensibili nei suoi componenti per portare avanti i suoi obiettivi. Abbiamo assunto questa decisione a malincuore, essendo una forza della maggioranza di questo governo, ma siamo stati costretti da un eccesso di reticenza del testo presentato dalle altre forze della maggioranza, che si concentrano soltanto ed esclusivamente sulla vicenda del dottor Marroni in modo maramaldesco, isolando la sua vicenda da un contesto di potere e da un campo di relazioni in cui, secondo il nostro convincimento, il dottor Marroni ha prudentemente preferito accettare di fare la parte, tutta manzoniana, del “vaso di terracotta, costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro”.

Come è noto, nei mesi scorsi, sui principali giornali italiani sono stati pubblicati ampi stralci di dichiarazioni rese in veste di testimone all’autorità giudiziaria dal dottor Marroni, il quale ha ribadito gravissime affermazioni nei confronti del ministro dello sport Lotti, del presidente Luigi Ferrara, del dottor Filippo Vannoni e di alcuni ufficiali dei Carabinieri, che lo avrebbero informato delle attività investigative messe in atto dalle autorità inquirenti, anche attraverso intercettazioni ambientali negli uffici dei vertici della Consip affinché “le cimici” fossero rimosse, come – questo è il punto – puntualmente avvenuto. Inoltre, il dottor Luigi Marroni ha dichiarato di avere subito pressioni per orientare una gara d’appalto indetta dalla Consip da parte del signor Tiziano Renzi (padre dell’ex Presidente del Consiglio), il quale è stato anche lui indagato nel medesimo procedimento con l’accusa di concorso in traffico di influenza. Il 9 giugno 2017, in qualità di testimone e, dunque, vincolato all’obbligo della verità, il dottor Luigi Marroni ha confermato la sua versione dei fatti all’autorità giudiziaria e il 17 giugno si sono dimessi dal cda della Consip il presidente Luigi Ferrara e la consigliera Maria Laura Ferrigno.

Oggi chiediamo le dimissioni anche del dottor Marroni perché ci sembra chiaro che la fuga di notizie relativa all’attività di intercettazione ha oggettivamente ostacolato e messo a rischio il proseguimento di una promettente inchiesta giudiziaria sulla commistione tra politica e affari da quando gli intercettati hanno avuto contezza di esserlo e hanno potuto regolarsi di conseguenza.

Nei mesi scorsi abbiamo presentato una mozione di censura specifica dedicata al ministro Lotti, che attende di essere discussa, con la richiesta di sospendere le deleghe al Ministro dello sport e, in particolare, la delega del CIPE perché cogliamo un evidente conflitto di interesse tra le competenze della Consip e l’oggetto della delega del CIPE dal momento che, come sappiamo, il ministro Lotti, in qualità di indagato, è comunque all’interno del procedimento giudiziario della vicenda Consip.

Occorre prendere atto che il dottor Marroni, quando fu avvisato dell’indagine, non ha pensato che fosse suo dovere recarsi immediatamente dalla magistratura per informarla di quanto avvenuto, ma si è affrettato a “bonificare” gli uffici, così da ostacolarne il proseguimento dell’azione.

Tale comportamento appare del tutto inopportuno da parte dell’amministratore delegato di una società a totale partecipazione pubblica, che dovrebbe rispondere, in base allo statuto della Consip stessa, a requisiti improntati alla massima professionalità, onorabilità e correttezza. Tra l’altro, le inchieste giudiziarie di questi mesi riguardanti gli appalti gestiti dalla Consip stanno interessando i vertici e i dirigenti della società controllata dal Ministero dell’economia e delle finanze, come Marco Gasparri, ad esempio, accusato di aver favorito l’imprenditore Alfredo Romeo in cambio di una congrua dazione di denaro, a partecipare ai bandi del 2012. Questi fatti, purtroppo, fanno pensare che la Consip, nata per centralizzare il controllo della spesa pubblica e attenuare il peso di tante piccole corruzioni locali, abbia di fatto anche centralizzato la corruzione potenziando il collante tra politica e affari, tra i burocrati che si trasformano in faccendieri e l’amministrazione che diventa un’appendice del politico potente di turno, trascurando qualunque principio di terzietà, efficienza e trasparenza.

Fermo restando il sacrosanto principio della presunzione d’innocenza, il punto è che non è necessario attendere che la giustizia faccia il suo corso per rendersi conto di come, nella vicenda Consip, la commistione tra affari e politica abbia dato luogo a un intreccio dannoso per l’autorevolezza e la rispettabilità delle istituzioni. Sarebbe necessario che la politica, in piena autonomia, si autoregolamentasse elevando l’asticella del rigore e della probità dei comportamenti nella gestione della cosa pubblica e si dotasse di standard di condotta omogenei senza attendere l’intervento della magistratura, così anche da schivare l’apparentemente inevitabile, quanto stantio, dibattito sulla politicizzazione della giustizia, che da troppi anni divide il campo dell’opinione pubblica tra giustizialisti da un lato e garantisti à la carte dall’altro. Se la politica agisse prima e con serietà non ingenererebbe il sospetto di una doppia morale e di un garantismo a intermittenza, che trasformano quel principio di civiltà in una mera condotta opportunistica, da rivendicarsi soltanto quando sono coinvolti i propri amici o compagni di partito.

Sia chiaro: la vicenda Consip, a prescindere dal suo eventuale rilievo penale, che spetterà ai giudici valutare, è come una spia dell’olio, che si accende e rivela alcune caratteristiche di fondo del sistema di potere renziano di questi anni, come già la vicenda della Banca Etruria. Anzitutto, il caso Consip ci dice del ruolo del familismo perché quando si è Presidenti del Consiglio o Ministri pro tempore, sarebbe preferibile che i propri genitori si occupassero dei nipoti e non dico sospendessero, ma almeno rallentassero le proprie attività professionali, per evitare di influenzare, con il proprio nome e ruolo, il campo in cui intervengono. In secondo luogo, ci dice anche della messa in pratica di una sorta di chilometro zero del potere, dove tutto si svolge in un fazzoletto di terra in cui si ha l’impressione che il perimetro sia stato troppo spesso tracciato con la squadra e con il compasso toscani. Dico compasso per ricordare agli smemorati che il centrosinistra italiano, nato dall’esperienza dell’Ulivo di Romano Prodi e cresciuto nel PD di Walter Veltroni e Pier Luigi Bersani, aveva a suo fondamento etico-civile la battaglia di Nino Andreatta contro il Banco Ambrosiano, contro Sindona, contro la P2. Oggi quell’esperienza è costretta a mettere nuove radici altrove anche perché è sembrato normale, tranquillo, incontrare – che so io – il faccendiere Flavio Carboni per avere una consulenza bancaria.

Ancora, il caso Consip ci dice delle modalità di finanziamento della politica, delle nuove modalità dopo che, con un madornale errore, è stato annullato il finanziamento pubblico ai partiti, con un intreccio difficilmente separabile tra servizi professionali resi da efficientissimi manager e avvocati, anche nella pubblica amministrazione, e la raccolta di risorse per le fondazioni del leader che ricopre insieme la carica di Presidente del consiglio e di segretario del partito, dunque, esercitando un’evidente pressione che già Enrico Berlinguer aveva condannato, ritenendo che la questione morale da affermare fosse proprio quella di un’indebita ed eccessiva sovrapposizione tra ruoli di partito e funzioni pubbliche.

E poi ci dice anche dei rapporti finanziari ed economici con il magico mondo del “fu padre costituente Denis Verdini”, di cui la politica – e lasciatemelo dire gli equilibri di questo Parlamento, nel corso di passaggi decisivi nell’attuale legislatura – sono stati soltanto un vincolante quanto mascherato orpello.

Ci dice anche di come una serie di rapporti di origine personale, privatistica e amicale, basati su legami di solidarietà, sono stati predominanti sugli interessi della collettività e sui principi della libera concorrenza e della meritocrazia.

Infine, la vicenda Consip, presa nel suo insieme, ci dice del garantismo a intermittenza, inflessibile con gli amici e negato in nome della sensibilità politica e a seguito di pressanti interventi pubblici, nei casi dei ministri Nunzia Di Girolamo, Josefa Idem, Maurizio Lupi e Federica Guidi che furono costretti alle dimissioni.

Il punto, tutto politico, è il seguente: ma quale idea di modernizzazione si rivendica e si è proposta in questi anni al nostro paese? Che tipo di modello imprenditoriale, con quale spazio per la libera concorrenza e la meritocrazia indichiamo all’Italia e ai nostri giovani? Quali rapporti ci sono tra il mondo della politica e quello dell’economia? Ma come è stato possibile, mi chiedo, tradire in modo così manifesto una serie di attese e di speranze che pure c’erano, soltanto in una manciata di anni e nell’arco di un solo giro di giostra nella ruota del potere?

Per queste ragioni Articolo 1 – Movimento Democratico e Progressista chiede di valutare la revoca dell’incarico di amministratore delegato della Consip al dottor Marroni da parte del Ministero dell’economia al fine di assicurare la tutela degli interessi pubblici e la corretta gestione delle risorse, salvaguardando altresì l’immagine del socio pubblico.

Per questa ragione Articolo 1 chiede al Presidente del Consiglio di procedere a nuove nomine dei vertici della Consip, seguendo puntualmente e in modo trasparente, e dandone conto al Parlamento, i criteri e gli indirizzi della direttiva a firma del ministro Fabrizio Saccomanni del 24 giugno 2013 che ha rafforzato i requisiti di onorabilità e di professionalità richiesti agli amministratori. È necessario farlo, secondo noi, perché il caso Consip è forse il meno indicato per rivendicare la continuità di questo Esecutivo con quello di Renzi, come ha fatto soltanto pochi giorni fa a Bologna il premier Gentiloni, al quale consigliamo di chiudere al più presto questa imbarazzante vicenda nell’interesse del suo governo, che continuiamo a sostenere e soprattutto del paese.

 

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