DI DIEGO FUSARO
V’è un libro famosissimo. Il protagonista è un gigante serio, affidabile, produttivo e industrioso, che si porta appresso un’enorme palla al piede abitata da esseri microscopici, indolenti, pigri, inferiori, pelandroni, inaffidabili. Il libro lo conosciamo tutti, si chiama Storia: con la S maiuscola.
Il gigante è il Nord, la palla al piede al Sud. L’ambientazione è l’Italia. Quell’Italia unita che vi ha raccontato, appunto, la Storia. Basterebbe, però, avere il coraggio di spazzolarla contropelo per conoscere la verità.
L’unificazione dell’Italia è stato un gesto di inaudita violenza, una pagina scritta nel sangue: rapine, omicidi e sfruttamento ne furono i momenti fondamentali. Il nord aggredì il sud e lo “piovrizzò”, per riprendere l’efficace formula di Gramsci: ne sfruttò le risorse come base per lo sviluppo industriale a Torino, Milano e Genova. E condannò il sud al ruolo di perenne subalterno. A suffragarlo è, oltretutto, il mistero dell’oro di Napoli: la città più ricca e fiorente della penisola sprofondò nella miseria, a unificazione avvenuta, per via della vorace rapacità del nord. Ma – si sa – la terra è rotonda e si è sempre a sud di qualcun altro. Ora infatti l’Italia tutta intera, il nord virtuoso e il sud sprecone, scopre di essere la questione meridionale dell’Europa unita: che, come è noto, ha per capitale Berlino e per moneta il Marco tedesco. Ma nessuno lo deve dire. Perché la storia è il racconto del più forte. Oggi come ieri. Anche in questo caso, alla storia reale sono interamente sconosciute le retoriche apologetiche che magnificano l’ordine eurocratico: l’Europa garantirebbe pace e prosperità, benessere e integrazione. E invece sta generando puntualmente gli effetti opposti: miseria per i paesi mediterranei, disgregazione dei ceti medi e delle classi lavoratrici, potenziamento delle élites finanziarie, e vere e proprie guerre economiche: la Germania ha invaso la Grecia. Non con mitra e carri armati, ma con troika e spread, pareggio di bilancio e schiavitù del debito. Con un inaudito dispiegamento di violenza economica, la Germania sta letteralmente depredando le nazioni dell’area mediterranea, ingenerosamente chiamate PIIGS. Alle quali attribuisce, con palese razzismo, le colpe della miseria a cui li condanna: i Greci pelandroni, gli Italiani perdigiorno… La storia si ripete e continua a impartirci insegnamenti: ma non ha scolari e, così, siamo costretti a riviverla. Con tutte le sue tragedie e le sue contraddizioni. Per rovesciare le tendenze in atto, e per reagire alle questioni meridionali (in Italia e in Europa), occorre ripartire dal principio di solidarietà comunitaria: e quindi dall’idea dell’interesse nazionale come via di uno sviluppo pacifico e rispettoso delle pluralità, alternativo ai due estremi del nazionalismo e del mondialismo. Dobbiamo congedarci dal modello della crescita infinita a cinismo avanzato. Dobbiamo ripartire dall’unione delle classi lavoratrici e del ceto medio imprenditoriale, per porre in primo piano l’interesse nazionale: per tornare a considerare la società come una “ famiglia universale” (Hegel), con cittadini portatori di eguali diritti ed eguali doveri. Chi lotta può perdere. Chi rinuncia a lottare ha già perso.

 

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