DI MARISA CORAZZOL
L’intensificazione dei flussi migratori in Italia ha recentemente aperto un dibattito sulle norme che regolano l’acquisizione della cittadinanza. Queste norme ricoprono tuttavia un ruolo politico e sociale di primo piano, poiché vanno ad interferire non solo con le vigenti politiche migratorie, ma anche e soprattutto con la regolamentazione del mercato del lavoro, lo stato sociale, oltre che con le dinamiche demografiche e le relazioni internazionali.
La tradizione giuridica originaria, ossia l’applicazione dello jus soli piuttosto che non lo jus sanguinis, esercita pertanto un effetto persistente sulla legislazione corrente. Ma la pressione dei flussi migratori tende a restringere sempre più il grado di apertura della legislazione in essere, tendendo a limitare l’applicazione dello jus soli. Tra i fattori che determinano, altresì, maggiore apertura troviamo invece il grado di democrazia e con essa anche la stagnazione demografica.
Ora, di fronte alla possibilità di una riforma della legislazione attuale, è di fondamentale importanza capire quali siano in realtà le origini delle norme in vigore in Italia e nel resto del mondo e quali siano, inoltre, le basi da cui deriva la loro evoluzione a seconda della realtà socioculturale in cui queste crescono. Va sottolineato che la cittadinanza è un’istituzione giuridica che determina l’appartenenza ad uno Stato e che quindi comporta i conseguenti diritti e doveri che ne derivano.
Tra i diritti vengono in primis contemplati il diritto di voto, la facoltà di viaggiare senza restrizioni e, in certi casi, anche alcune non trascurabili condizioni di favore sul mercato del lavoro (come per esempio la possibilità di accedere agli impieghi pubblici), o la protezione legale in caso di procedimenti penali, oppure ed anche la possibilità di ottenere un visto di ingresso per un parente (ascendente o discendente che sia).
Tra i doveri del cittadino, a seconda dei paesi, si evidenziano quelli relativi alla leva obbligatoria ed alla rinuncia ad una eventuale seconda cittadinanza.
Ma ogni Paese ha via via codificato tutto un ampio e complesso sistema di norme che regolano l’attribuzione della cittadinanza la quale può avvenire sia per nascita, sia per per filiazione, oppure per matrimonio o per naturalizzazione.
La regolamentazione della cittadinanza alla nascita, che nel caso è di particolare rilievo per gli immigrati di seconda generazione (ovvero per i nati da immigrati nel paese di destinazione), fonda le sue radici nel diritto comune e nel diritto civile.
Nel primo caso, la cittadinanza viene attribuita in base al luogo di nascita (jus soli) e quindi ciò implica il fatto che il figlio di un immigrato, se nasce nel paese di destinazione, ne diverrà automaticamente cittadino.
Nel secondo caso viene invece applicato il criterio della discendenza (jus sanguinis), che implica che la cittadinanza sia sempre quella dei genitori, indipendentemente dal luogo di nascita.
Nonostante questa netta differenziazione all’origine, nel corso del ventesimo secolo, e specialmente nel secondo dopoguerra, in molti paesi si è verificato un processo di adattamento della legislazione, che in certi casi ha dato origine a regimi misti che combinano elementi sia dello jus soli che dello jus sanguinis.
E’ interessante, per capirne le diversità sul piano prettamente giuridico, riferirsi alla banca dati denominata “The Citizenship Laws Dataset” che contiene tutta una serie di informazioni sulle leggi sulla cittadinanza ed in particolare sull’acquisizione della cittadinanza alla nascita, per ben 162 paesi, dal 1948 al 2001.
Infatti, oltre a descrivere le tendenze di riforma in atto, la banca dati di cui sopra illustra, tra le determinanti potenziali, il ruolo di primo piano che riguarda i fattori economici, sociali, politici, istituzionali e culturali. Sul piano delle scienze socio-politiche sono inoltre emerse diverse teorie tese a spiegare la dinamica delle leggi sulla cittadinanza.
La tradizione giuridica di un paese è considerata una determinante fondamentale delle leggi correnti, data la forte persistenza di questo tipo di istituzione. Anche l’immigrazione è una potenziale causa primaria di cambiamento. L’effetto di questa variabile è però considerato a priori ambiguo. L’immigrazione infatti, se da una parte può spingere verso una legislazione più inclusiva nei confronti degli immigrati, e quindi più orientata all’adozione di elementi di jus soli, dall’altra può anche indurre restrizioni, almeno nei paesi già dotati di una legislazione relativamente inclusiva.
La combinazione di queste due tendenze dovrebbe tuttavia provocare una convergenza verso un regime misto, mentre nel caso europeo permangono tendenze divergenti. Tra le altre determinanti potenziali per l’acquisizione della cittadinanza non va scartato il ruolo dello stato sociale.
Dato, però, che la cittadinanza può influire sulla capacità di ottenere benefici, nei paesi in cui lo stato sociale è più generoso si potrebbe assistere a una resistenza all’apertura agli stranieri.
Va sottolineato inoltre che in paesi con una bassa crescita della popolazione, questa considerazione potrebbe essere contrastata dalla valutazione del potenziale effetto positivo sui conti pubblici di una forza lavoro immigrata relativamente giovane.
Anche i fattori politici possono entrare in gioco, in quanto la presenza di un regime democratico consolidato dovrebbe favorire il trattamento alla pari degli immigrati, e quindi l’adozione dello jus soli.
La stabilizzazione dei confini nazionali dovrebbe poi ridurre la tendenza ad utilizzare lo jus sanguinis come strumento utile alla definizione di un’identità nazionale. Queste considerazioni geo-politiche si sono rivelate cruciali in occasione di due circostanze storiche che hanno comportato profonde ridefinizioni dei confini nazionali: la fase della decolonizzazione che ha seguito la Seconda Guerra Mondiale e il collasso del sistema socialista dopo la caduta del muro di Berlino.
Per finire, la teoria proposta dallo studioso Brubaker nel 1992, riferendosi nello specifico al casoi della Francia e della Germania, sottolinea l’influenza di fattori culturali, attribuendo a questi paesi due culture antagoniste dello stato, più inclusiva quella francese e più etno-centrica quella tedesca.
Mentre gli studi finora riportati sono generalmente corredati dall’analisi di casi specifici o da confronti tra un numero ristretto di paesi, senza il supporto di tecniche quantitative, i risultati che riporteremo sulla base di Bertocchi e Strozzi (2010) sono invece fondati su un’indagine econometrica.
Va quindi attentamente esaminato l’impatto sulle leggi sulla cittadinanza che derivano dai seguenti fattori: la tradizione giuridica originaria, basata sulla distinzione tra jus soli e jus sanguinis; la pressione dei flussi migratori; la stabilità dei confini politici; il grado di democrazia; il tipo di stato sociale; le dinamiche demografiche; tratti culturali misurati in termini di religione dominante e di grado di frammentazione etno-linguistica.
Ora, visto che la maggior parte dei Paesi europei regola il diritto di cittadinanza con lo ‘ius sanguinis’, mentre negli Stati Uniti vige, invece, lo ‘ius soli’, vediamo come si procede caso per caso.
In Francia è tuttora in vigore lo ‘ius soli’ e ciò sin dal lontano 1515, con la variante del doppio ‘ius soli’. E’ infatti più facile ottenere la cittadinanza per uno straniero nato in Francia da genitori stranieri a loro volta nati nel Paese.
In Germania vige il ‘diritto di sangue’ ( lo ius sanguinis) ma le procedure per ottenere la cittadinanza sono più semplici e rapide rispetto all’ Italia: dal 2000, infatti, è sufficiente che uno dei due genitori abbia il permesso di soggiorno permanente da almeno tre anni e viva nel Paese da almeno otto anni per concedere al minore straniero la cittadinanza.
In Belgio la cittadinanza si ottiene automaticamente se si é nati sul territorio nazionale, ma al compimento dei 18 anni di età o dei 12 se i genitori sono residenti da almeno dieci anni.
In Inghilterra ottiene la cittadinanza chiunque nasca in territorio britannico anche da un solo genitore cittadino britannico o che è legalmente residente nel Paese a certe condizioni (si deve possedere l”Indefinite leave to remain’ (Ilr), oppure ‘Right of Abode’).
In Irlanda c’è lo ‘ius sanguinis’ ma se uno dei due genitori risiede regolarmente nel Paese da almeno tre anni prima della nascita del figlio il minore ottiene la cittadinanza.
In Spagna vige una versione morbida dello ‘ius sanguinis’. Diventa cittadino spagnolo chi nasce da padre o madre spagnola oppure chi nasce nel Paese da genitori stranieri di cui almeno uno deve essere nato in Spagna.
In Portogallo la cittadinanza è regolata dallo ‘ius sanguinis’.
In Olanda la nascita sul territorio non garantisce la cittadinanza. I nati dopo il 1985 da un padre o una madre olandesi e sposati, o da madre olandese non sposata, acquistano automaticamente la nazionalità olandese, anche se nati fuori dal territorio.
Anche in Svizzera lo ‘ius soli’ non conferisce il diritto di cittadinanza che si ottiene solo se si è figli di padre o madre svizzeri, se sposati, o di madre svizzera se non sono sposati.
Chi nasce negli Usa è cittadino americano, tranne i figli di diplomatici stranieri. E lo è anche chi non nasce in territorio nazionale ma da genitori americani e almeno uno è stato residente negli Stati Uniti. E’ sufficiente anche un solo genitore americano se è vissuto almeno cinque anni nel paese prima della nascita, di cui almeno due dopo il quattordicesimo anno d’età.
Le leggi sulla cittadinanza stanno tuttora subendo ulteriori cambiamenti. Per il caso dell’Italia, le più recenti modifiche, anche se marginali, alla legislazione del 1992 hanno indicato una spinta verso la restrizione ulteriore di norme già rigide. Per esempio, nell’ambito del pacchetto sicurezza, che istituisce il reato di clandestinità, è anche previsto un inasprimento delle condizioni per l’acquisizione della cittadinanza. Nella fattispecie, le istanze o dichiarazioni di elezione, acquisto, riacquisto, rinuncia o concessione della cittadinanza sono ora soggette al pagamento di un contributo di 200 euro.
Diventa inoltre più difficile acquisire la cittadinanza tramite matrimonio: se residente in Italia, lo straniero può diventare cittadino italiano solo se risiede legalmente nel nostro paese da almeno due anni (la precedente disposizione richiedeva solo sei mesi).
Si tratta di misure marginali ma che rivelano un’ostilità all’integrazione degli immigrati che potrebbe istigare un’ulteriore radicalizzazione verso l’esclusione.
Questo atteggiamento politico avverso all’immigrazione è largamente diffuso non solo in Italia ma anche negli altri paesi europei, come dimostrato dagli esiti dei più recenti appuntamenti elettorali. Alla luce di questi sviluppi, è opportuno porsi una serie di domande.
Questa tendenza all’esclusione è destinata ad inasprirsi ulteriormente? Possiamo attribuirne la genesi all’incremento dell’immigrazione? Per quanto riguarda l’Italia, sull’onda di un probabile ulteriore incremento dei flussi migratori, possiamo prefigurare la possibilità un’ulteriore spinta restrittiva.
Tale spinta potrebbe però essere mitigata dalla presenza di confini politici largamente sedimentati, di un basso tasso di fertilità e di stabili istituzioni democratiche.
E’ assodato, altresì, che un bambino nato da genitori stranieri, anche se partorito sul territorio italiano, può chiedere la cittadinanza solo dopo aver compiuto 18 anni e se fino a quel momento abbia risieduto in Italia “legalmente e ininterrottamente”.
Questa una delle novità contenute nello Ius soli che nei giorni scorsi ha visto accendersi una bagarre a Montecitorio.
Se il genitore non proviene dall’Unione Europea, occorrono però altri tre requisiti oltre al permesso di soggiorno: un reddito non inferiore all’importo annuo dell’assegno sociale, un alloggio che risponda ai requisiti di idoneità previsti dalla legge, il superamento di un test di conoscenza della lingua italiana. Eppure, si tratta solo del primo passo della nuova normativa, gia’ approvata dalla Camera ma bloccata al Senato in commissione.
In alternativa, per i minori nati in Italia o entrativi prima del dodicesimo anno di età, con genitori in possesso di semplice permesso di soggiorno, la cittadinanza è acquisibile dopo il completamento di uno o più cicli di studi per un periodo complessivo di almeno cinque anni. Quasi tutti i paesi del continente americano applicano lo ius soli in modo automatico e senza condizioni. “Questa legge mi riguarda” ha detto ieri Barros, 28 anni, a Repubblica: “Lo Ius soli è una cosa importante, va fatta, ma senza strumentalizzazioni”. La prima è che i due tipi di diritto, una volta utilizzati distintamente dai paesi d’immigrazione (soli) e di emigrazione (sanguinis), avevano come scopo rispettivamente formare cittadinanza e non perdere i legami con i propri cittadini.
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