DI MAURIZIO PATRICIELLO

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Adolescenti, frequentavamo lo stesso gruppo di amici convinti di poter cambiare il mondo. Antonio era un ragazzo alto, brillante, intelligente, ricco di carismi. Come succede spesso, le strade poi si divisero, ognuno imboccò la sua e ci perdemmo di vista. Antonio aveva realizzato il suo sogno, si era laureato in lettere classiche; io, dopo gli studi, avevo preso a lavorare in ospedale, infermiere prima, capo reparto dopo. Era, inoltre, un buon pittore, Antonio. Riusciva, con poche pennellate, a trasferire sulla tela emozioni, sensazioni, desideri, a volte giocando sulle sfumature di un colore solo. Occhi azzurri, simpatico, accattivante, riusciva sempre a fare colpo sulle ragazze. Di peccati nella vita se ne fanno tanti, poche volte, però, ho sentito il bisogno di confessare quello dell’ invidia. Non so perché – una grazia particolare? – ma questo cane rabbioso non è quasi mai riuscito ad addentarmi. Ho detto “quasi” perché Antonio, con il successo che lo accompagnava, qualche volta a quel cane rognoso mi fatto pericolosamente avvicinare. Così, però, di striscio e per un momento solo i incontrammo un giorno, tanti anni dopo, eravamo ormai uomini. Antonio insegnava le materie che da sempre lo avevano affascinato. Felicemente innamorato, dopo molti anni di fidanzamento, qualcosa si ruppe nella coppia e il matrimonio cui teneva tanto non fu mai celebrato. La donna che tanto aveva amato gli rimarrà nel cuore. Io, dopo aver rinunciato al lavoro in ospedale, avevo imboccato la strada che da sempre il Signore aveva tracciata per me ed ero diventato prete. Preferiva spostarsi a piedi, Antonio. Gentile, premuroso, con le mani strapiene di libri, giornali, riviste. Qualche anno fa fu colpito da una rara e grave malattia. Pian piano andava perdendo l’ equilibrio della persona e l’ uso della parola. Cominciò a barcollare. Sempre di più, sempre di più, fino al punto di non essere più completamente indipendente. Le nostre giornate sono sempre troppo brevi e gli impegni veramente tanti, non sempre si riesce a fare tutto ciò che si vorrebbe. Tutti, però, hanno diritto di bere alla nostra fonte, anche quando l’ acqua è poca e noi, a nostra volta arsi dalla sete, temiamo di rimanere a secco. È donando che si riceve, morendo che si risorge a vita eterna. Che strana matematica conosce il vangelo di Gesù Cristo. Sottrazioni che moltiplicano. Addizioni che sottraggano. Più doni a piene mani, più diventi ricco. Più ti fai egoista, avaro e negligente tanto più ti ritrovi la sera con i pugni e il cuore vuoti. Ciò che bisogna fare, però, va fatto. A tutti i costi il tempo deve essere trovato. Qualche giorno fa decido di prendermi mezza giornata di ferie, da parecchio tempo non vedo il mio vecchio amico e so che lui mi aspetta. Vado. Lo trovo, questa volta, su una sedia a rotelle. Non cammina più e la parola gli si è fatta incomprensibile. Farfuglia. Balbetta. Biascica. Gli occhi, però, sono rimasti quelli di sempre: belli, grandi, luminosi. Bambini. È contento. Gongola. “ Raccontami” mi dice. Inizio a farlo mentre alzo le sue gambe sulle mie ginocchia. Lui trema. Tanto. Mi ritornano in mente le parole di Gesù a Pietro: « Simone, Simone, quando eri giovane ti cingevi e andavi dove tu volevi, quando sarai vecchio qualcun altro ti cingerà e ti porterà dove non vorresti …». Antonio non ha aspettato la vecchiaia per dipendere da chi gli vuole bene. Lo guardo. È sereno. Sua mamma gli tiene compagnia, durante la giornata vengono i fratelli, le sorelle, gli amici. Tante domande mi affollano la mente. Perché, Signore? Perché il dolore è entrato in questo mondo? Perché è successo ad Antonio e non a me? Ognuno ha la sua storia. Unica, irripetibile, a volte incomprensibile. Per ognuno è tracciato un sentiero di cui si intravede solo un tratto. E anche se sai dove ti conduce, non ti è concesso di poter veder lontano. “ La tua parola è lampada ai miei passi, luce sul mio cammino …”. Lampada, appunto, non faro. Fioca lampada a olio, non sole che brilla a mezzogiorno. Guardo il mio amico e mi ritrovo a farfugliare un pensiero scritto tempo fa: « Non chiedere di campar cent’ anni. Respira forte il giorno che ti è dato. Quando vien sera e il sole si raffredda, dona ogni cosa al Padre della vita. Poi, sereno, poggia sul suo cuore il capo … e dormi». Siamo ormai in estate. Arriva, per tanti, finalmente, il tempo dello svago e del meritato riposo. Antonio non andrà in vacanza. Come lui tantissime persone ammalate, anziane, povere saranno costrette a rimanere a casa. Non lasciamole sole. Cerchiamo di strappare alla tirannia del tempo un’ ora, un’ ora sola, e corriamo a tener loro compagnia. Diamo alla gioia, alla pietà, alla solidarietà un’ altra occasione di espandersi nel mondo e di contagiare gli uomini. Ne abbiamo bisogno tutti.

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