DI MICHELE ANSELMI
https://alganews.wordpress.com/

Oggi ottantenne e in splendida forma, Claude Lelouch continua a macinare un film dopo l’anno. Giovedì 22 giugno esce nelle sale italiane “Parliamo delle mie donne”, che in verità risale al 2014; subito dopo ha girato “Un + une” e “Chacun sa vie”, portando a 46 il numero totale dei suoi film. Per anni, confesso, l’ho snobbato un po’, sbagliando di grosso. Fu il compianto Stefano Reggiani, gran critico di “La Stampa”, a farmi capire quanto fosse palpitante, fresco, emotivamente intenso, anche genialmente artificioso, il cinema del regista di “Un uomo, una donna”.
Purtroppo “Parliamo delle mie donne” è una discreta delusione. Dentro ci sono tutti i temi cari a Lelouch, incluso un autobiografismo sfrenato, reinventato per l’occasione, nel quale le vicende private del regista francese (amori burrascosi e ben sette figli) si rispecchiano in quelle del protagonista incarnato dal rocker Johnny Hallyday, classe 1943, qui ribattezzato Jacques Kaminsky. Famoso fotografo di guerra, oltre che sciupafemmine inossidabile capace di far piangere tutte le sue donne, il “divo” approda con le sue rughe, le sue camicie jeans, i suoi capelli tinti e i suoi cigarilli ai piedi del Monte Bianco, a Praz-sur-Arly, dove acquista un sontuoso chalet per scappare da Parigi e ritrovare forse se stesso. Mollata senza troppa sofferenza l’ultima moglie, assai parisienne, Jacques si seppellisce lì, tra mucche e aquilotti, per fare i conti con la propria esistenza disordinata, spesso irresponsabile, da gran bastardo, spesa in rischiosi scenari bellici, in fondo ricolma di macerie sentimentali. Infatti le quattro figlie ufficiali, avute da donne diverse nel corso delle stagioni e battezzate (poverette) Primavera, Estate, Autunno e Inverno, proprio non lo sopportano, faticano anche a rispondergli al telefono; e chissà che non ce ne sia una quarta, forse a Cuba, chiamata France, perché a Jacques i nomi normali proprio stanno sugli zebedei.
Avrete capito più o meno che cosa succede. Subito sistematosi nello chalet con l’amorevole Nathalie, la donna della società immobiliare incontrata nell’incipit, la star sente su di sé il fiato della morte, benché rassicurato dall’amico e medico Frédéric che è venuto a trovarlo per un week-end di bisboccia. Il clima generale tende al cupo, le analisi cliniche non inducono all’ottimismo, sicché Frédéric avverte di nascosto le quattro figlie recalcitranti: il padre ha bisogno di loro, tutte insieme, il prima possibile. Così il miracolo avviene, la famiglia composita si riunisce, nel prevedibile intreccio di confessioni, risentimenti, parole non dette e abbracci tardivi, anche la new entry Nathalie viene subito accettata dalle figlie di Jacques. Ma qualcosa non torna all’ombra di quel paesaggio maestoso e verdeggiante.
Un’antica legge del cinema insegna che se appare una pistola, quella prima o poi sparerà. Lelouch ce lo fa credere, mostrando più volte una Colt 45 da vecchio West dotata di cinturone, ma non sarà così che andranno le cose. Il film è divagante, scritto maluccio con Valérie Perrin, piuttosto prevedibile, tranne che nel sottofinale a bruciapelo, ma certo qua e là riemerge il magistero di Lelouch, quella sua capacità unica di bordeggiare il ridicolo trasformandolo in sublime, raccontando qualcosa di eccezionale e universale insieme.
Trapunto di canzoni, troppe, da Louis Armstrong a Moustaki, “Parliamo delle mie donne” è un film senile non solo nell’argomento, ma bisogna riconoscere che la sequenza nella quale Jacques e Frédéric, ossia Hallyday ed Eddy Mitchell, guardano alla tv il mitico western “Un dollaro d’onore” con John Wayne, Dean Martin e Ricky Nelson, canticchiando sopra “My Rifle, My Pony and Me”, è un bel pezzo di cinema.
Il versante femminile, come avrete capito, è piuttosto affollato: ci sono Sandrine Bonnaire, Irène Jacob, Pauline Lefèvre, Sarah Kazemev, Jenna Thiam, Agnès Soral, Isabelle de Hertogh, pure la rediviva Valérie Kaprisky, che finge di parlare spagnolo. Il tutto dura due ore, vai a sapere se il funerale in stile “L’uomo che amava le donne” di Truffaut sia un furto o una citazione. Poi, nella vita vera, Johnny Hallyday s’è ammalato davvero di tumore, ma la cura sta facendo effetto.
PS. Nel doppiaggio non si parla di “Un dollaro d’onore” bensì di “Rio Bravo”, che però è il titolo originale del film di Howard Hawks, qui in Italia conosciuto, appunto, come “Un dollaro d’onore”.
L’angolo di Michele Anselmi / Scritto per Cinemonitor
L'immagine può contenere: 6 persone, persone che sorridono, persone in piedi
L'immagine può contenere: 3 persone, persone che sorridono, persone sedute, spazio al chiuso e cibo
L'immagine può contenere: 3 persone, spazio all'aperto
Annunci