DI NELLO BALZANO
Non è morto per infortunio durante un’attività pericolosa, non è morto perché non aveva rispettato le norme di sicurezza, non lavorava in un’azienda lontana dai minimi diritti per i lavoratori, è stato colpito da un infarto letale a 30 anni provocato da una cardiopatia sopraggiunta per il troppo lavoro.
Non era un addetto alla produzione manuale, era un tecnico radiologo di un’azienda sanitaria pubblica siciliana, sottoposto a turni massacranti e continui spostamenti da un ospedale all’altro per sopperire alle carenze.
Non trovano quindi giustificazione le dichiarazioni dei dirigenti, quando sostengono di aver rispettato i limiti imposti dalle leggi vigenti, né è necessario che il lavoratore non si sia mai lamentato, come avevano invece detto i tribunali nel primo grado e appello.
È morto di troppo lavoro ed abusi della sua buona fede nel desiderio di crescere per vedere riconosciuta la sua laurea in medicina, a dirlo non è un sindacato o una sinistra rancorosa, ma la Cassazione in una sentenza che dà ragione alla giovane moglie, l’Azienda Sanitaria Pubblica deve risarcire la grave perdita, una sentenza che è quindi legge e potrebbe essere determinante in molte situazioni lavorative, che smentisce il lessico di tanta superbia ed arroganza messe in atto da imprenditori con la complicità di tanti politici senza scrupoli, che guardano al lavoro solo come fonte di reddito.
In questi anni si può morire di troppo lavoro e non rispetto della dignità all’età di 30 anni, senza necessariamente spaccare le pietre o salire su un ponteggio, e fa specie che succeda in un contesto di massima disoccupazione giovanile.
Annunci