DI MARCO GIACOSA
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Parlano di un tipo che ha atteggiamenti antipatici e poco accomodanti, alla fine la ragazza dice: “È un uomo infelice, che scarica la sua infelicità sugli altri“.
Vero, alcuni sono empatici – li encomio – e tendono ad accettare una giustificazione così, come attenuante. Ma è pieno di persone infelici, angosciate e tristi che scaricano il male su sé stessi, sballandosi con il cibo, il fumo, l’alcol, la bamba, e non rompono i coglioni al prossimo: anzi sono *più* gentili fuori, per compensare la rabbia dentro.
Siamo cresciuti con la retorica un po’ new age un po’ machista del “volere è potere”, “impossible is nothing”, quando invece controlliamo pochissimo: tra quello che controlliamo, curiosamente non infiliamo mai l’atteggiamento verso gli altri – abituati invece a darci giustificazione per comportamenti malvagi: “è così di carattere”, “ha un brutto carattere ma”, eccetera.
Invece possiamo scegliere: di non essere stronzi, rancorosi, cattivi. Oppure di esserlo, assumendocene, però, tutta la responsabilità senza attenuanti; e, soprattutto, senza concederle.
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