DI CORRADO GIUSTINIANI

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Ritorno su un mio chiodo fisso, che ogni giorno – purtroppo – si arricchisce di nuove facili dimostrazioni. Il giornalismo, scritto, radiofonico, televisivo, è in una crisi di credibilità senza precedenti e, anziché creare un argine alla demagogia dei politici da quattro soldi che si contendono lo scettro del paese, la veicola e l’amplifica.
Ieri, domenica, ho visto Toti e Salvini che maramaldeggiavano su Sky senza, praticamente, un contraddittorio giornalistico degno di questo nome. Oggi le sciocchezze sullo “ius soli” me le propina “Il Corriere della Sera”, primo quotidiano d’Italia.
Leggo, a pagina 14, l’intervista a Stefano Parisi, ex city manager di Milano (lo era ai tempi del sindaco Gabriele Albertini). Sentite cosa dichiara: “L’automatismo sulla cittadinanza fa sì che l’Italia diventi ancora più attrattiva. Lo scenario è che si possa trasformare nella sala parto del Mediterraneo”. Ma di quale automatismo parla, signor Parisi? La riforma approvata dalla Camera e in attesa dall’ottobre del 2015 che venga esaminata e approvata dal Senato, non contiene automatismi.
Dice che è italiano alla nascita il figlio nato sul nostro territorio da genitori stranieri, a condizione che uno di loro abbia il permesso di soggiorno permanente, che viene concesso su richiesta dell’interessato dopo almeno cinque anni di residenza regolare (e dunque di lavoro regolare) e che prevede test linguistici, una soglia minima di reddito e la dimostrazione di abitare in una casa adeguata. Aver partorito nel Mediterraneo, o per meglio dire all’arrivo a Lampedusa, non dà alcun diritto.
Il permesso permanente è lo stesso criterio con cui la cittadinanza viene data ai bimbi nati in Germania e nel Regno Unito. Poi c’è lo “ius scholae” e cioè la possibilità per il minore di guadagnarsi la cittadinanza da sé, con un ciclo scolastico di almeno cinque anni, regolarmente superato: ed è questa una grande novità della riforma. Tutto il resto della legge di cittadinanza (la n.91 del lontano 1992) non cambia: un adulto, per far domanda di naturalizzazione, deve avere trascorso almeno 10 anni regolari nel nostro paese, una delle prescrizioni di tempo più alte d’Europa (in Germania ci vogliono 8 anni, in Francia 5).
Ora: è mai possibile che chi ha intervistato il signor Parisi non gli abbia fatto alcuna di queste obiezioni? E’ stato un “a chi tocca tocca”, come alle volte capita nei giornali? Ehi, fai un favore al tuo capo, mi intervisti Stefano Parisi sullo “ius soli”? Ecco il suo cellulare, aspetta solo che tu lo chiami… E a una richiesta del genere tu non opponi nemmeno un: “Sì, lo chiamo, ma dammi una mezzora. Di questa riforma non so un cazzo, mi leggo una sintesi sul web, se no non saprei cosa chiedergli”?
Sono allibito, che tutto questo non sia, alla prova dei fatti, avvenuto. E anche io nutro il terribile sospetto che la campagna di delegittimazione della riforma di questi giorni sia in qualche modo orchestrata, in modo che franchi tiratori la possanno affossare, nonostante il voto di fiducia che Matteo Orfini ha promesso di chiedere a Gentiloni, in caso di necessità. Come sempre, spero di sbagliarmi, naturalmente.
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