DI FABIO BALDASSARRI
Il commissario straordinario del Pd romano e presidente del partito Matteo Orfini, non contento dell’insuccesso conseguito con la gestione del caso Marino nella Capitale e della vittoria che regalò ai Cinquestelle, apre l’ombrello a protezione di Matteo Renzi (che lo aveva ricompensato per la seconda volta con la presidenza del Pd) rivendicando il risultato delle primarie posteriori all’esito negativo del referendum del 4 dicembre e anteriori ogni altro successivo e negativo appuntamento elettorale.
Il percorso “finto-congressuale” che portò frettolosamente alle primarie si capisce, oggi, ancor più (se ve ne fosse bisogno), come delineato per incardinare alla testa del partito Matteo Renzi in caso di ulteriori sconfitte del Pd (al tempo erano in ballo, a breve, i due referendum promossi dalla Cgil sui voucher e sui subappalti) e, soprattutto, affinché potesse rivendicare una ragione per candidarsi di nuovo come premier in vista delle elezioni politiche anticipate che “i’ bomba” programmava con incoercibile volontà di rivincita.
Il disegno è miseramente fallito e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Quelle primarie non possono più essere considerate come una risorsa cui, chi nel Pd ha ancora buon senso, intenda fare riferimento per una rivincita ferme restando le condizioni attuali del partito e lo stato di avanzamento delle alleanze compatibili e auspicabili. Ma Orfini insiste e, visti i suoi trascorsi, è prevedibile che il Pd incontri un esito rovinoso anche alle future politiche come già avvenuto a cominciare dalle comunali romane.
Il presidente del Pd è davvero un infausto soggetto, quasi quanto il suo segretario nazionale. Staremo a vedere (non in trepida attesa perché almeno per quanto mi riguarda si capisce benissimo come la penso) se dentro il Pd ci sarà qualcuno che abbia la forza e il coraggio di ritrovare la bussola. Ne va delle fortune del Pd ma, soprattutto, delle sorti del Paese. Piuttosto lasciate che mi chieda, e vi chieda: «Ma fra coloro che sono ancora iscritti al Pd, quanti sono coloro che osano dire a se stessi  “ma in che mani siamo finiti?”».
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