DI ANDREA PROVVISIONATO
Dopo sei anni dal disastro di Fukushima finalmente inizia il processo ai massimi vertici della TEPCO (Tokyo Electric Power Company) responsabile dell’impianto che venne distrutto da uno tsunami l’11 marzo del 2011 provocando la più grande catastrofe nucleare dai tempi di Chernobyl. Alla sbarra finirà l’ex presidente della compagnia elettrica il 77enne Tsunehisa Katsumata in compagnia dei manager responsabili del settore nucleare Ichiro Takekuro, 71 anni, e Sakae Muto, 67 anni. L’accusa è di disastro colposo causato da negligenza.
Nel disastro di Fukushima persero la vita 44 persone anziane costrette all’evacuazione del vicino ospedale, 13 dipendenti della compagnia e delle forze di autodifesa accorse sul posto per prestare soccorso rimasero gravemente ferite e oltre 150 mila persone furono costrette ad abbandonare le proprie case.
Stando ai giudici il processo ai vertici della compagnia non avrebbe dovuto tenersi, ma grazie ad una particolarità del sistema giuridico nipponico un gruppo di cittadini ha potuto presentare ricorso ottenendo lo svolgimento del processo che dovrebbe durare più di un anno. La difesa è decisa a dimostrare la non colpevolezza dei suoi assistiti escludendo qualsiasi tipo di patteggiamento. Secondo gli avvocati dei manager coinvolti “non era possibile prevedere il terremoto di magnitudo 9 e il conseguente tsunami che ha travolto l’impianto, provocando il blocco del sistema di raffreddamento dei reattori 1,2 e 3”. Ciò nonostante in un rapporto datato 2008, uno studio di una società controllata dalla TEPCO si legge che: “gli edifici della centrale sono collocati a soli 10 metri dal livello del mare e che uno tsunami di 15,7 metri (eventualità più che possibile su territorio giapponese) avrebbe potuto creare dei danni strutturali tali da provocare un disastro nucleare”. Ciò che è puntualmente accaduto.
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