DI GIANLUCA ARCOPINTO
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Non so perché ma stamattina in treno, di ritorno da Napoli, una frase di un’attrice più o meno famosa contenuta in un’intervista concessa ad un bravo giornalista del Corriere della Sera proprio non mi è andata giù.
“E’ la prima volta che recito in napoletano. Sono strizzata nei tubini, leopardata, piena di anelli, un po’ Scampia”
Non mi è andata giù forse perché proprio ieri sera ero a cena con i miei fratelli del Comitato Vele di Scampia. Eravamo reduci da una riunione con alcuni rappresentanti delle Istituzioni che non c’era piaciuta molto. A loro sicuramente. A me aveva provocato disagio e vergogna, interrogativi e dubbi se fosse lecito che io stessi lì con loro, come un fratello appunto.
Io che quel luogo l’ho imparato a rispettare ed amare, però solo da lontano, solo per qualche giorno nella vita. Per tornare sempre e comunque al privilegio della mia panchina, della mia strana casa, delle mie pippe mentali, del mio lavoro, complice, anche se non ci siamo mai visti, di quell’attrice. Troppo facile. Gli uomini e le donne delle Vele, quelle donne che non mi è mai capitato di incontrarne una strizzata in un tubino, leopardata, inanellata, lì ci vivono, tutti i giorni. Costretti ad inseguire e a dover lottare per quello che sarebbe poi il sacrosanto diritto di una vita dignitosa: una casa, un lavoro, la possibilità che diventa lusso di concedersi addirittura qualche sogno. Qualcuno glielo dica a quell’attrice. E a chi le ruota intorno.
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