DI MARCO GIACOSA

 

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Capolinea del 42, zona ospedali, ore 16.20. L’autista è sul marciapiede, è una donna graziosa, dal corpo curato, parla al telefono con le cuffie bianche, con timbro gentile.
Sale, l’autobus parte.
Alla seconda fermata deve salire una signora anziana sulla carrozzella, accompagnata da una donna più giovane. L’autista indossa i guanti, scende, apre la pedana, chiede alle donne dove debbano scendere.
«Turati».
L’autista ripone la pedana, torna al volante.
A un semaforo, la donna graziosa si sporge verso i passeggeri e dice a voce alta – mi par di scorgere con accento napoletano: «Avete troppo freddo? Ve la lascio l’aria condizionata?».
Qualcuno, come prevedibile, dice È troppo freddo, qualcuno dice Lasci, qualcuno è indifferente.
«Perché purtroppo non si può regolare, o tutto o niente».
Finché uno dice: «Cinque minuti sì, cinque minuti no».
Qualcuno ride.
Alla rotonda del ponte Isabella, l’autobus rallenta per lasciar passare un giovane con il cane, sulle strisce, ma il giovane si ferma e fa passare l’autobus, con un gesto della mano, il volto del ragazzo è sorridente, penso di riflesso a quello della donna che guida.
Cos’è questo, un racconto? Ha una morale? Dovrebbe far pensare? Ha senso?
È un’informazione: nel mare magnum del vomitodotto Facebook – e internet, e bar – questo è il bello, perché c’è anche il bello, una conducente della Gtt, una signora sulla carrozzella che ringrazia, un passeggero che sorride, queste cose ci sono, sono in maggioranza, pensiamole, non dimentichiamole, ecchediamine.
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