DI GIORGIO DELL’ARTI
Questa cosa di Vasco Rossi a Modena che si annuncia enorme, 220 o forse 250 o forse 270 mila spettatori, già ce n’erano diecimila alla prova generale live dell’altra sera, mille e cinquecento poliziotti convogliati da tutta Italia con costi impressionanti per la sicurezza (polemiche), almeno 17 milioni di incasso, paginate sui quotidiani…
• Sul concerto c’è un altro pezzo, noi dovremmo occuparci della vita di Vasco Rossi, del mito di Vasco Rossi…
Vuole scherzare? Crede che ci sia qualche lettore ignaro della vita del Blasco, la mamma del Blasco che lui chiama subito al telefono quando gli dànno la laurea honoris causa (merito soprattutto del letteratissimo compaesano Marco Santagata), il Blasco che molesta milioni di lolite adoranti e alla fine riconosce due dei figli concepiti lo stesso anno, il Blasco «via di mezzo fra un sottoproletario e Briatore» (Berselli), il Vasco-Blasco che si droga, e nell’84 lo ammanettano pure, e dice però che «con le droghe il mondo è sempre andato avanti e non si può farle sparire con la bacchetta», poi c’è il Vasco che ha bisogno della famiglia, confessa a Filippo Ceccarelli «ho pensato anche al suicidio, ma non ho visto la luce nella fede, mi ha aiutato l’affetto della mia famiglia», poi c’è il Vasco pieno di rabbia e che sente il mondo nemico («Non si può fare quello che si vuole / non si può spingere solo l’acceleratore / guarda un po’ ci si deve accontentare / qui si può solo perdere / e alla fine non si perde neanche più»), faceva l’anarchico un mezzo secolo fa, ha la bellezza di 65 anni, «nato a Zocca (Modena) il 7 febbraio 1952, Cantante. Autore. Tra i suoi più grandi successi: Albachiara
(1979), Colpa d’Alfredo
(1980), Vado al massimo
(presentata nell’82 al Festival di Sanremo), Vita spericolata
(Sanremo 1983), Bollicine
(vincitrice del Festivalbar 1983), C’è chi dice no
(1987), Liberi liberi
(1989), Gli spari sopra
(1993), Un senso
(2004, Nastro d’argento 2005 come miglior canzone originale in Non ti muovere
, di Sergio Castellitto)», scheda biografica a cui va messa, a mo’ di epigrafe, la frase: «Non sono un drogato, ma neppure un borghese travestito da balordo». E aggiungerei: «A Sanremo 1983 non ero ubriaco, ero diversamente lucido».
• Tiri fuori dall’archivio quel pezzo in cui dice come si prepara a un concerto
. «Sul palco provo un’emozione profonda, un attacco di brividi che però devi tenere sotto controllo, sei tu che devi gestire la situazione. L’attimo prima è un attimo di panico totale, che per magia quando comincia la musica si trasforma… sono abituato, ma tutte le volte ricapita… bisogna che ti dimentichi la responsabilità. Io faccio degli incubi nei mesi precedenti: quello ricorrente è che mi dimentico le parole, è una cretinata, ma è così, le parole sono fondamentali. Cerco di scaricare la tensione con tutti i miei riti, faccio stretching, per non pensare, me ne sto in camerino da solo, mi scrivo la scaletta, perché voglio entrarci proprio dentro, l’ordine è fondamentale. Bisogna arrivare alla scaletta perfetta. Io poi parto il giorno prima del concerto, mi chiudo negli alberghi, non voglio neanche ricevere telefonate perché qualsiasi cosa mi può innervosire, voglio arrivare calmissimo sul palco. E poi c’è la preoccupazione di essere in forma… È uno sforzo enorme, perché il mio concerto è molto energetico, mi preparo, faccio un po’ di footing. Non tanto, ma almeno mezz’ora al giorno per fare il fiato. Io sono quel genere lì, il rock è una cosa fisica. Due ore prima smetto anche di fumare, che per me è incredibile. Quando non sono in concerto – e può passare tanto tempo – quello è il momento in cui devo fare i conti con me stesso, con tutti i casini della mia vita privata. È dura, io sarei tentato di stare sempre sul palco, lì tutto funziona, e invece la vita è tutta diversa».
• Finisce sempre con
Albachiara. «L’ultima canzone in concerto è sempre Albachiara
. Ho provato una volta a toglierla dalla scaletta ma la gente non se ne andava più… Finché non la sentono non se ne va nessuno, così la metto sempre alla fine».
• Come si spiega che uno così va poi alla più borghese delle manifestazioni canore, cioè il Festival di Sanremo?
Calcolo. All’inizio degli anni Ottanta il Blasco s’era fatto un certo nome, con i suoi decise che poteva essere il caso di fare Sanremo. Senza volere, gli preparò il terreno il giornalista Nantas Salvalaggio, che lo aveva visto durante un Motor Show di Bologna ripreso da Domenica In: «…Ma poi, come una manciata di guano in faccia, è apparso un “complessino” che io destinerei volentieri a tournée permanenti in Siberia, Alaska e Terra del Fuoco. Il divo di questo “complesso”, che più complessato di così si muore, è un certo Vasco. Vasco de Gama? Ma no, Vasco Rossi… per descriverlo mi ci vorrebbe la penna di un Grosz, di un Maccari: un bell’ebete, anzi un ebete piuttosto bruttino, malfermo sulle gambe, con gli occhiali fumè dello zombie, dell’ alcolizzato, del drogato “fatto”». Vasco cantò Vado al massimo
alludendo a «quel tale che scrive sul giornale» e alla fine buttò il microfono per terra. Lui dice che gli era caduto: «Mi era caduto il microfono. Io non mi girai a raccoglierlo. Non si fa. L’avevo imparato da Mick Jagger». Tutti i giornali a far titoli.
• Come mai questo soprannome, Blasco?
«La combriccola del Blasco è nata dalla nonna di un’amica: si era a Rimini, era tornata a casa all’alba, e mi raccontò che sua nonna il giorno dopo era incazzatissima, e non sapendo il mio nome le disse: “Voi della combriccola del Blasco…” e io aggiunsi poi: “…che son tutta gente a posto”. Altre canzoni sono nate come risposte: Siamo solo noi
è una frase di mia madre che sempre mi urlava: “Sei solo te che fai questo e quello”. Non le ho mai detto che mi ha ispirato, e tanto continua a dire le stesse cose».

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