DI CHIARA FARIGU

Non so perché oggi mi sorprendo a pensare all’invidia. E a parlare dell’invidia. Forse per alcuni fatti che mi sono stati riferiti di recente e che, in qualche modo, mi hanno angustiata. E se non si tratta di invidia è un qualcosa che le somiglia molto se diamo per buono la definizione di invidia come “sentimento spiacevole che si prova per un bene o una qualità altrui che si vorrebbero per sé”. E dei quali si tende a sparlare con chiunque pur di screditare la persona invidiata. Pare sia un sentimento che proviamo tutti, nessuno escluso, benché quasi nessuno sia disposto a considerarsi tale, invidioso. Uno stato d’animo velenoso quanto inconfessabile, soprattutto se a provarla siamo noi. E’ una stretta che si prova quando si esce perdenti da un confronto sociale, quando un altro possiede qualcosa che noi vorremmo. E’ uno dei sette vizi capitali, probabilmente il peggiore. Anzi, sicuramente il peggiore.  Con gli altri sei siamo maggiormente clementi, ci scherziamo su, a volte abbiamo l’impudicizia di spacciarli addiritura come pregi o presunti tali, con l’invidia no, è talmente ripugnante come sentimento che lo rimuoviamo fino a  neghiarne anche l’evidenza. Dante nella Divina Commedia, sebbene metta gli invidiosi in Purgatorio non risparmia loro una terribile pena: le palpebre cucite con il filo di ferro, in sintonia col termine in-videre dal quale deriva (In, negativo, videre= guardare), punizione esemplare per chi, con sguardo bieco, guarda appunto l’invidiato.
Un sentimento negativo, dunque. Che fa soffrire chi lo prova, anche se negherà sempre, e chi ne è oggetto. Che per un motivo o per un altro ne rimane comunque invischiato, sporcato, macchiato.
Eppure, se analizzato con intelligenza, dopo una due o più strette inconfessabili provate potrebbe fungere da campanello d’allarme per farci riflettere e correggere il tiro. Per farci diventare migliori. Ma, appunto, ci vorrebbe una buona dose di intelligenza e di sale in zucca.
Meglio, molto meglio denigrare l’altro, screditarlo agli occhi altrui, annientarlo in qualunque modo. Peccato però non comprendere che in quell’esatto momento è proprio chi ha lo sguardo bieco ad avere la peggio

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