DI JACOPO MELIO
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Fantozzi a me faceva ridere da piccolo.
Frasi come “È una cagata pazzesca!!” oppure “Come è umano lei…”, potete immaginare, le avrò ripetute centinaia di volte imitando quel suo modo afono, sforzato e goffo.
Fantozzi mi faceva ridere quando la sfiga lo attanagliava e si faceva male, e allora per trattenere il dolore correva via veloce per poi sfogarlo lontano da tutti, urlando di nascosto.
Fantozzi poi, crescendo, mi ha fatto anche un po’ piangere. Lo ammetto.
Ha iniziato a commuovermi quando ho capito che quella non era solo la sua storia, personale, ma quella di tanta brava gente. Gente perbene, il popolo, la classe “bassa” come spesso la chiama chi ha la presunzione di vedere la società da una prospettiva agiata.
Che in fondo da quella surrealità ci sono passati tutti: qualcuno ne è uscito, più o meno bene, prima o dopo, mentre i più ci sono rimasti per sempre. Proprio come lui.
Ecco, Fantozzi era ed è questo: la voce di chi lavora, arrivando a stento a fine mese, subendo le angherie del potere a testa bassa e facendosi spesso schiacciare per spirito di sopravvivenza, o adattamento, o ingenuità.
Ma in tutto questo capitombolare, Fantozzi, era soprattutto la ricerca di un barlume di poesia e di bellezza. Quella di farti ridere, con la stanchezza addosso, dopo una giornata senza tregua, proprio come la sua.
Grazie Ragioniere.
Arrivederci!
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