DI GIOVANNI BOGANI
Ero al festival di Berlino, c’era la neve. C’era Paolo Villaggio, fra gli ospiti. Un giovane giornalista, io, che cerca di fare un’intervista con un attore famoso e amato, lui.
C’erano ancora Berlino Est e Berlino Ovest, probabilmente, perché il festival si svolgeva tutto intorno allo Zoo di Berlino. Chiamo il suo hotel, aspetto in linea. Mi risponde. “Vuole fare un’intervista? Ma chi è lei? Mmm…” fece, poco convinto. Io tremavo. Se rifiutava, che cosa avrei detto al capo? “Venga. Ma venga subito. Tra quindici minuti all’Intercontinental”.
Mi precipito fuori dalla casa del mio amico berlinese, neve, scivolo, mi rialzo, non è niente, giù dalle scale della metropolitana, prendi metropolitana, cambia metropolitana, su per le scale della metropolitana, esci fuori, neve, vento, lo zoo di Berlino, corri corri corri corri fino all’hotel Intercontinental. Sono passati quattordici minuti e mezzo. La hall. “Bitte, herr Villaggio…”. “Leider Er ist nicht mehr hier”, purtroppo non è più qui. Villaggio non c’è più.
Esco, sconsolatissimo. Di fronte all’hotel c’è un’auto, una limousine. Si abbassa il finestrino. La voce dell’onnipotenza. “E’ lei il giornalista di Firenze? Salga su, svelto”. E l’autista parte.
Ma dove si va? “Andiamo al mercato”, dice, con la voce da Giudizio universale che ha – che aveva, accidenti – Villaggio. Al mercato delle pulci. Ci infiliamo in un mercato enorme, sotto spruzzi di neve. L’autista aspetta. Parliamo un po’ di cinema: ma quello che ricordo è che Villaggio vede un banco con delle posate, dell’argenteria tutta sporchissima. Prende una forchetta fra le mani, la rigira. La pulisce un po’. Gli piace. “Quanto costa?”. Il tizio del banco dice una cifra.
“Bene. Prendo tutto il banco”.
Comprò tutto il banco. Poi andiamo in un banco vicino. Ci sono esposte delle valigie, di quelle di cuoio, rettangolari, con gli angoli rinforzati. “Quanto costano?”. “Dipende dalla grandezza: dieci marchi, trenta marchi…”. “Bene. Compro tutto il banco”.
Gli servivano per mettere dentro tutte le posate.
Io guardavo allibito, come se avessi visto l’uragano Katryna in azione, o un terremoto.
L’autista va ai due banchi, si mette d’accordo per mettere tutte le posate d’argento annerite dentro le dieci o dodici valigie. Intanto Villaggio cammina, con me accanto.
Non so se fu in quel mercato, oppure lì vicino, che decise di comprare una Trabant. Le Trabant sono le automobili che erano usate nella Germania Est. Erano come delle Prinz, con i colori pastello delle auto degli anni ’60. Erano le Cinquecento Fiat del comunismo, erano delle scatoline di latta con un motore che inquinava come dieci navi da crociera, erano come dei giocattoli con le ruote, color giallino, verdino, celestino. Quella era celestina, mi pare. Costava forse mille marchi: Villaggio li pagò sull’unghia. Adesso, in una mattinata al mercato delle pulci, aveva comprato una Trabant, una quindicina di valigie e un banco di argenteria da pulire.
E ogni tanto mi parlava di Monicelli, di Fellini, di Fantozzi.
Poi la Trabant, mi disse, fu fermata alla frontiera, perché inquinava troppo, o forse perché aveva la targa della Germania dell’Est. Insomma, mi sa che l’auto, le valigie e le posate furono soltanto il gioco di una mattina. O forse, chissà, arrivarono poi tutte insieme a casa, a Roma.
A me era sembrato come di stare dentro un film.
Mi dette i suoi numeri di telefono, e più tardi, quell’estate, lo chiamai per farmi raccontare qualche ricordo della sua adolescenza. E scoprii un Villaggio sentimentale, travolto dalla nostalgia per i suoi quindici anni, per una ragazza che aveva deciso di accompagnare a casa, tutti i giorni all’uscita della scuola, senza osare neppure rivolgerle la parola. La accompagnava a distanza, e non le dette mai un bacio. E tutto quello che ricordava, oltre allo struggimento d’amore terribile per una ragazza che lui amava ma che non riusciva a raggiungere, era l’odore del pitosforo, che cresceva sui muri lungo la strada che facevano insieme, ma a distanza.
Io non sapevo neppure che cosa fosse il pitosforo, e forse non lo so bene neppure ora. Però sapevo che cosa fosse quello struggimento, quell’amore disperato e intensissimo che nessuno, tranne noi, potrebbe chiamare amore.
E forse capii perché, tanti anni dopo, comprasse un banco intero di posate che forse non avrebbe usato mai, e di valigie per trasportarle, e addirittura un’auto che somiglia a un giocattolo, e che inquinava più del petrolchimico di Marghera. Era la rivincita, la rivincita per quell’amore che non era riuscito ad avere, da ragazzo, e per le mille cose che aveva visto sfuggire, senza poterle afferrare, riuscendo solo a stringere, inafferrabile anche quello, l’odore del pitosforo.
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