DI MARCO GIACOSA
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Aldo ricorda che aveva mani piccolissime. Un bimbo era nato prematuro e si affacciava al mondo da un’incubatrice del Sant’Anna, la sua famiglia veniva da Casale Monferrato e nei momenti alla ricerca della distensione, di un caffè, quando arriva la necessità di staccare, i genitori venivano in via Ventimiglia 36. Un giorno, un altro, un altro. Quando il bimbo si riprende e viene dimesso i genitori lo portano al bar. «Mio marito fu colpito dalla dimensione delle mani», dice Cecilia. Tre anni più tardi, un giorno, quel bambino rispunta: «Vorrei un toast».
C’è traccia di occhi umidi sui volti di Cecilia e Aldo. Quando lavori con il pubblico degli ospedali ogni giorno non è mai uguale a quello prima.
Ricordano quel bambino di Aosta ricoverato per molto tempo al pediatrico, i genitori persone bellissime, investito da un’auto, «con interessamento cranico», specifica Cecilia. Come funziona, dietro il banco si assume il linguaggio tecnico usato da chi prende il caffè? Forse involontariamente, giacché, dicono, chi viene qui lo fa per entrare in una bolla senza tempo, un cuneo tra le incombenze, liberare la mente e i pensieri, parlare d’altro, sia i medici che gli infermieri.
A volte staccano talmente tanto da dimenticare gli oggetti (o forse c’è dell’altro, tirando in mezzo Freud): gli occhiali da vista; i telefoni; una volta una dottoressa dimenticò un portauova (per non dividere la frittata con una persona divenuta sgradita?); negli anni venne anche dimenticata una cartella clinica, Cecilia s’avvide che il malato era oncologico e si attivò – e ne parla oggi con una sorta di pudore e rispetto, come se quella malattia le avesse dato energia doppia per la riconsegna. Alcune storie, c’est la vie, finiscono male. Di nuovo gli occhi umidi. Una volta entrò una donna, disse: «Venivamo da voi due anni fa, adesso mio marito è di nuovo ricoverato», dopo qualche giorno ritornò e venne a salutare, portando notizie luttuose. Per gentilezza, o per condividere fino alla fine.
Tuttavia l’aria al bar è serena. Cecilia è una donna di spirito, dalla battuta facile, capace di raddrizzare le storture della vita. È sposata con Aldo da più di quarant’anni, ci lavora assieme da ventitré e il segreto, rivela, è «un colpo al cerchio e uno alla botte». Da grande vuole fare la PR in un locale in cui si mangia, a tavola si trova sempre un punto di incontro, dice. Aldo, taciturno, annuisce. Lui è nella ristorazione da sempre. Iniziò al Savona di Alba nel 1960, conobbe Beppe Fenoglio. «Era amico di Pinot Gallizio, il pittore istrionico, brillante. Lui stava in disparte, nessuno sapeva che fosse uno scrittore così importante».
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