DI LUCA BILLI
Probabilmente è più facile essere Sofocle piuttosto che Aristofane. Certo il primo fu un grandissimo poeta, uno dei più grandi di ogni epoca, ma con delle storie così non puoi sbagliare. Quando osservi Edipo fare di tutto per sapere quello che non avrebbe mai dovuto sapere o Antigone che sfida le leggi della sua città in nome di valori più alti, anche se sai di essere un uomo pavido e meschino, puoi fingere per un momento di essere come quegli eroi, vedi in quei personaggi quello che vorresti essere. Ma quando Aristofane mette in scena la tua meschinità, la tua grettezza, la tua stupidità, allora ti monta la collera e lo vorresti picchiare, perché egli mostra quello che sei. Però Aristofane ti fa ridere, con le sue battute volgari, con i suoi giochi di parole banali, con le sue offese gratuite. E tu vai a casa che ancora ridi, ma continui a essere quell’uomo meschino messo alla berlina nella commedia.
Oggi è morto Aristofane. E noi in maniera ipocrita lo piangiamo, lodiamo la sua ironia, lo ricordiamo nelle sue interpretazioni più serie, drammatiche, ma in fondo siamo felici che sia morto, perché ha mostrato, anche con una dose di consapevole malvagità, il peggio di noi, ma senza fare delle forzature o delle caricature, semplicemente ci ha descritti per quello che siamo. Non si salva nessuno nelle sue opere, non c’è un lieto fine, e d’altra parte come potrebbe esserci visto che noi continuiamo a stare sulla scena, continuiamo a prostrarci umili di fronte a chi sta sopra di noi e a vessare chi sta sotto, continuiamo a tradire, ma infuriandoci quando siamo traditi, continuiamo a essere onesti solo per paura di essere scoperti, continuiamo a preferire una partita di calcio piuttosto che La corazzata Potëmkin.
Annunci