DI GIORGIO DELL’ARTI

Paolo Villaggio diceva di sapere la data della sua morte. Una volta la annunciò, era un 29 dicembre, mi pare, poi passato senza conseguenze (era nato il 30 dicembre). Un’altra volta parlò al telefono con quelli di Un giorno da pecora
. «Sto pensando seriamente al suicidio e so già la data della mia morte». I due conduttori gli chiesero: «Come fa a saperla?». «Me l’ha detta una maga russa». «Come fa a sapere che ci indovina?». «Ha rivelato a una decina di miei amici la data della loro morte con vent’anni di anticipo. Berlusconi ha promesso che dirà due parole al mio funerale. Manderà un video. Anch’io per lui, sinceramente, farei un necrologio gratuito». C’è stato anche un caso in cui ha parlato della morte seriamente, dicendo che non gli faceva paura, e però  «ho paura del momento in cui si percepisce che stai per lasciare questa cosa meravigliosa che è la vita». Cioè, ne aveva paura.

Adesso è morto veramente.
Sì, in età di 84 anni. Aveva il diabete. Curato poco e male, mangione com’era (frigoriferi svuotati di notte, eccetera). La famiglia lo aveva ricoverato alla clinica Paideia di Roma. La figlia Elisabetta ha postato una foto del padre giovane, che tiene per mano i due piccoli, cioè lei e suo fratello Pierfrancesco, e sotto la scritta «Ciao, papà, ora sei di nuovo libero di volare». Non so. Villaggio parlò al funerale del suo amico De Andrè, e, ancora una volta, parlò della morte. «Quando si è molto amici si parla della morte come di un fatto lontano, del tutto improbabile. Adesso che invece la cosa è accaduta, e quando stava per succedere, non abbiamo mai avuto più il coraggio né di incontrarci, né di parlare della cosa, perché questa volta non era un gioco, non era letteratura, era la realtà». La morte… «Se dovete farmi il funerale in chiesa, che almeno sia San Pietro». Ma era mezzo scomunicato per via di una scena delle Comiche
di Neri Parenti, in cui lui e Renato Pozzetto, sul Plateau Rosa, travolgevano quattro guardie svizzere e subito dopo un papa sciatore che finiva a gambe all’aria nel crepaccio. Era l’epoca in cui si faceva un gran parlare di Wojtyla sciatore – un pontefice abbastanza sensazionale in questo, l’ultimo papa di montagna era stato Pio XI – e il film sfotteva quest’ultima mania mediatica. Neri Parenti fu scomunicato sul serio.

In questi tristi articoli che ogni tanti ci tocca scrivere bisogna fare un po’ di biografia.
Genovese, sampdoriano, amicissimo di Panatta, compagno di scuola di Paolo Fresco, figlio di un astronomo e di una laureata in Glottologia, il fratello – morto tre anni fa – era docente di Analisi algebrica alla Normale, il figlio Pierfrancesco ha preso molto da questo zio. La moglie si chiama Maura Albites. Villaggio se n’era innamorato al punto che le andò dietro fino a Londra, acconciandosi a fare il guardarobiere in un night, poi l’agricoltore a Bedford in un campo di patate. A quel tempo le scene erano ancora lontane, e al ritorno in Italia sarebbe andato a fare, per sette anni, l’impiegato all’Italsider. La moglie ha raccontato, di quel soggiorno londinese, un episodio delizioso: «Aveva una sciarpa al collo che io gli portai via alla stazione di Charing Cross. Quando gliela rimisi di slancio, agganciai dietro di lui anche un inglese di passaggio. Non ce ne siamo accorti, all’inizio. Dopo un po’ sentiamo una voce: “Sorry, sto perdendo il treno”».

A proposito di Italsider, è lì che sono nati Fantozzi e Fracchia.
L’ha raccontato lui stesso. «Fantozzi in realtà si chiama Bianchi. Al tempo in cui l’ho conosciuto, il suo ufficio era collocato in un sottoscala, questo Bianchi aveva i baffi. Era un uomo che, penso, abbia fatto studi profondissimi per riuscire a non pensare a niente per sei ore filate. Sono stato insieme con lui per parecchi anni. Parlottavamo ma non sono riuscito mai a conoscerlo bene. Il mio primo incontro con lui si è svolto in una stanzetta, in questo sottoscala che gli avevano assegnato come ufficio. Quel giorno gli ho dato la mano dicendogli: “Permette?”. Lui si è alzato. Gli ho chiesto: “Ma perché si alza?”. E Bianchi-Fantozzi: “Credevo che volesse ballare”».

E Fracchia?
«Fracchia era uno che lavorava con me all’Italsider. Si chiamava in realtà Verdina. Un uomo fisicamente mostruoso. Non brutto. Un tipo amaro. Calosce, ombrello. Uno che si incavolava da matti. Che non sopportava le ingiustizie. Urlava, imprecava. Diceva: “Qui bisogna parlare una volta per tutte. Bisogna andare dal capo, dirgli in faccia quello che merita”. E noi: “Allora vai su a dirglielo”. Fracchia non esitava: “Ma certo che vado”. E gli crollava tutto addosso. Il nostro capo era un procuratore. Neppure un direttore. Cercava persino di aiutare il Fracchia mettendolo a suo agio quando entrava nel suo ufficio. Ma Fracchia veniva sempre colpito da “paralisi autocritica”. Naturalmente, quando Fracchia tornava da noi, nessuno gli diceva “Come è andata?”. Fracchia e Fantozzi sono due impiegati limite. Fracchia è uno che si incavola, mentre Fantozzi è uno che prende la vita come viene. Insomma sono i due aspetti della mia persona».

La carriera artistica?
I primi rudimenti con la compagnia Baistrocchi, nel teatrino genovese di piazza Marsala. Poi un po’ di cabaret, la radio (l’avevano scoperto Luciano Rispoli e Maurizio Costanzo), infine l’approdo in televisione con Quelli della domenica
. Il grande successo arrivò negli anni Settanta col primo libro di Fantozzi, che vendette migliaia di copie e fu portato al cinema da Luciano Salce. Da ultimo girava con questi caftani, adottati forse anche per nascondere la pancia. Aveva vinto tutti i premi possibili, compreso un Leone d’oro alla carriera nel ’92 che festeggiò con la moglie fino all’alba traccannando bottiglie di vino bianco. L’Oscar però gli mancava. A Neri Parenti disse una volta: «Sulla mia tomba non ci sarà l’Oscar, ma il basco di Fantozzi».

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