DI ALBERTO TAROZZI
Mosul, in Iraq, è caduta. La cosa può finalmente essere data per certa, dopo tanti annunci embedded, approssimativi e parziali, che avevano sfiorato il ridicolo per mesi e mesi.
Nel frattempo si combatte a Raqqa, in Siria, e la Croce Rossa internazionale informa che le vittime civili delle battaglie combattute in città sono cinque volte superiori a quelle decedute altrove.
A Mosul, con l’abbandono da parte dell’Isis della città vecchia, compresa la piazza della Moschea di Nuri, dove al-Baghdadi proclamò il Califfato, la partita si può considerare chiusa, ma solo su scala locale.
Anche lì restano i profughi e le macerie di una città distrutta. Un rituale di tragedie individuali e collettive da guerra mondiale, già visto ad Aleppo.
Tra i profughi potrebbero intrufolarsi membri dell’Isis, ma anche, più semplicemente, una parte di popolazione sunnita timorosa di essere accusata di connivenza con l’Isis da parte della truppe del governo iracheno, filo sciite e filo iraniane. Il governo iracheno ha già dimostrato da che parte si schiera, tra i membri di una coalizione fatta più di odio che di amore: Karim al Nuri, alto membro delle forze di mobilitazione popolare irachene ha già preso le distanze da quegli “alleati” intervenuti in Iraq più per saltare sul carro del vincitore che per distinguersi nella cacciata dei terroristi. “Gli Stati Uniti non hanno svolto alcun ruolo nella liberazione di Mosul e soprattutto nei progressi compiuti dalle forze irachene in questa regione”. Gli elogi all’Iran, viceversa, si sprecano.
Oltre le rovine di una coalizione politico-militare senza futuro. le macerie fisiche di una città distrutta. Come testimonia Alberto Negri, uno dei massimi conoscitori di quella realtà, “sotto queste macerie non si stanno seppellendo soltanto intere nazioni e popoli ma anche la ragione stessa della loro esistenza: i monumenti sono la testimonianza concreta e visibile di una storia e di una memoria che le guerre civili stanno cancellando. Erano queste pietre, con la loro presenza, la motivazione intima che faceva dire a ogni abitante: «Sono di Mosul, sono di Aleppo»”.
Nemmeno si può dire che la guerra sia finita. Le ragioni non sono solo strettamente militari, anche se si può sospettare che i servizi di Saddam, lo Jnrt, a suo tempo in combutta con l’Isis, abbiano solo momentaneamente abbandonato la partita per riprenderla in prima persona.
Altre ragioni ce le segnala un altro giornalista, Domenico Quirico, che ha vissuto sulla propria pelle le tragedie di quella regione, che si domanda se sia possibile che un’epopea sanguinaria sfumi in un modo così “scarsamente pittoresco”.
La guerra continua, su almeno tre fronti.
A) NEL TERRORISMO DIFFUSO, CHE CONTINUERA’ AD AFFLIGGERE L’OCCIDENTE;
B) NEI NUOVI FOCOLAI DI GUERRA INTEGRALISTI IN MEDIO ORIENTE E NON SOLO;
C) TRA GLI STATI , COMPRESE FORSE LE SUPERPOTENZE FINORA COINVOLTE.
A) Finora il controllo del territorio ha costituito la essenza del califfato, la novità che ha costituito un riferimento pratico senza precedenti. Ma è anche vero che quel punto di riferimento ha costituito il punto di partenza per migliaia di foreign fighters che hanno già iniziato a estendere all’Occidente un’atroce ideologia di morte con “aspirazioni totalitarie”. Se è vero, come sostiene Quirico, che sarà difficile disintossicarli, ne consegue che gli attentati terroristici in Occidente si potrebbero moltiplicare e che molteplici aree europee, a partire dai Balcani, ma non solo, potranno risultare il serbatoio di liquidi infiammabili che non daranno tregua al nostro futuro. La globalizzazione ha fatto sì che, ai quattro angoli del mondo, forme di estremismo violento contagiassero una generazione non tanto, come molti credono, nel segno di culture tradizionali ma, al contrario, come liberazione dal peso di tradizioni millenarie. E’ questo che li spinge verso una radicalizzazione di tipo terroristico nella quale trovare una identità forte in un mondo che omologa e appiattisce
B) Non possiamo dimenticare che, a causa dell’Isis, una vasta area del Medio e anche del Vicino Oriente si sono rese irriconoscibili. Quirico parla addirittura di un effetto politicamente voluto, “che affliggerà il terzo Millennio: ricostruire i vecchi stati unitari è evidente follia” ora che i rinascenti tribalismi hanno ripreso a dettare legge. Le periferie della terra, ai margini del mondo musulmano, dal grande vuoto saheliano alle montagne afgane alle terre della transumanza somala fino all’Uzbekistan e allo Yemen, costituiscono luoghi in cui l’Isis ha creato metastasi, “linee di ritirata e di concentrazione pronte per altri dieci, mille califfati”. Le cadute di Mosul, oggi, e di Raqqa, domani potrebbero preludere al costituirsi di nuove basi. Con o senza al-Baghdadi e nonostantele rovine di Mosul e la sua caduta in mani infedeli.
C) E’ invece Alberto Negri a ricordarci che stiamo assistendo a una nuova guerra mondiale che non manca di coinvolgere le superpotenze, come gli Stati Uniti e la Russia. Si parte dalla contrapposizione tra Iran e Arabia Saudita, tra sciiti e sunniti, per giungere ai luoghi occupati da truppe straniere. “Le distruzioni materiali sono eclatanti, quelle morali forse ancora di più e tra qualche tempo sembrerà persino assurdo rintracciare colpe e responsabilità”. Su queste macerie impera la geopolitica. “Le forze in campo hanno interessi contrastanti….su Mosul convergono le ambizioni di tutti gli attori in gioco: della Turchia, dell’Iran, della regione autonoma curda di Massud Barzani e, ovviamente, del governo centrale. L’attacco coinvolge l’esercito iracheno …..affiancato da milizie sciite, strette alleate di Teheran, …..nonché i peshmerga curdi…..e i corpi speciali americani, oltre alle milizie addestrate dalla Turchia”. Tutto chiaro finché Mosul non è caduta. Ma adesso? I sunniti stanno sempre più coi jihadisti, ma il loro riferimento internazionale rischia di non essere più unitario, dopo la spaccatura tra Arabia Saudita e Qatar. I curdi devono guardarsi dai turchi, alleati in Iraq, ma ostili in Siria. Trattative probabilmente in corso tra Turchia e Russia, mentre sembra essersi rotto il filo diretto tra Mosca e Washington, che quanto meno pareva scongiurare l’irreparabile. A prescindere dalla sua caduta, Mosul è il luogo di grandi contraddizioni. Ricorda infatti Negri che è qui che gli americani hanno dovuto contare sull’esercito iracheno e le milizie sciite legate all’Iran mentre in Siria gli Stati Uniti, la Turchia e i loro alleati arabi sono avversari della repubblica islamica che storicamente sostiene Assad. “Ecco perché Mosul, come Aleppo, è importante. Queste sono città-chiave per definire le zone di influenza. Forse non nuovi stati come molti pretendono seguendo elucubrazioni i cui presupposti sono crollati, sconvolti da eventi bellici, migrazioni e spostamenti forzati delle popolazioni”. Ma quali saranno le strade per definire tali zone di influenza. Difficile immaginare che si tratti di percorsi pacifici.
A chi farà comodo una nuova frammentazione? A Israele? A Turchia e Iran? Agli Usa e alla Russia? Ai sauditi? Il Siraq potrebbe essere un altro sanguinoso pareggio tra superpotenze, con migliaia di morti e milioni di profughi.
Qualcuno auspica una frammentazione che stia in piedi, magari con gli sputi, come nella ex-Jugoslavia, dopo le bombe della Nato. Ma allora a Mosca, c’era uno Eltsin molto accomodante con l’Occidente. Alla Casa Bianca in tutti questi anni pare che nessuno si sia accorto del cambio della guardia al Cremino. Sarà il caso di aggiornarli. Per il bene di tutto il pianeta.
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