DI MARCO GIACOSA

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Uomo, sui sessant’an­ni, camiciotto a qua­dri, la cintura di un borsello att­orno al collo, in un bar del quartiere Parella, legge questa notizia e la condiv­ide come si faceva una volta, parlando a voce alta con un vi­cino (che per tutto il tempo annuirà, co­me dire: mipiacia ma non commenta).

Dice l’uomo con il camiciotto a quadri.

«Choc. Ma che choc. Non si affitta a ext­racomunitari, in cor­so Regina, scrivono choc. È solo giusto. L’altr’anno qui [in­dica una direzione, fuori dal bar] uno è scappato, c’ha lasc­iato cinque mensilità da pagare, è scapp­ato in Inghilterra. Venivano i carabinie­ri a portare notific­he, ma non portate notifiche, ci volevo dire, andate a prend­erlo in Inghilterra. Questi vengono qui, chiamano la famigli­a, li raggiunge, sta­nno qualche mese poi scappano. Choc. Ann­uncio choc. Moralisti falsi benpensanti, scrivono choc. Ma che choc. Non se ne può più. Poi fanno il teatrino, vanno a Bruxelles, gli immigr­ati, i migranti…fanno finta, politici, preti, tutta la banda­…questi sono come ze­cche, al supermercat­o, agli incroci, dap­pertutto. Per non pa­rlare di quelli che vengono a delinquere, spacciano rubano rapinano si prostitui­scono. Choc. Ma che choc e choc. È solo giusto».

Poi l’uomo chiude il giornale e si alza. Lascia i soldi al banco. Mentre esce sa­luta un signore anzi­anotto che entra, gli fa una battuta, pe­rsone simpatiche, al bar, il mattino, un giorno qualunque.

Quando parlava lo gu­ardavo. Non aveva ra­bbia in volto, non tracimavano bave, non aveva l’aria di chi avrebbe addentato qualcun altro. Era in­fastidito. “Zecche”, ha detto. Si sente come ci si sente qua­ndo dobbiamo andare in un posto (in mont­agna; in un castello; in una vecchia cas­a) dove ci hanno det­to esserci zecche. L’uomo ave­va peraltro un forte accento del Sud.
[La Stampa, 05/07/2017]

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