DI ENRICO ROSSI

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A parte il proposito dichiarato, non vi è traccia di alcuna coerenza. Il vortice del relativismo divora infatti il suo partito e, se alla domanda “cosa è il Pd?” la risposta è “Renzi”, alla domanda “Chi è Renzi? la risposta è: “Uno, nessuno e centomila”.
Prendiamo in esame la materia delle autonomie regionali. Da parte di Renzi, negli ultimi anni, sono stati versati fiumi di parole contro le Regioni, i consigli regionali, il federalismo, il Titolo V. Ma se Roberto Maroni decide di indire un referendum consultivo sull’attribuzione di ulteriori forme di autonomia con relative risorse alla Lombardia, il Partito Democratico trotta alla rincorsa della Lega. Inseguire la destra è il suo male oscuro. Sulle tasse, sull’immigrazione, sull’attacco al lavoro e al sindacato. E ora anche sull’indipendenza lombarda.
Con opportunismo, i sindaci Pd stanno costituendo comitati “senza bandiere” per il Sì alla consultazione voluta dai leghisti. Un voto che avrà un valore propagandistico e che servirà a Maroni per rivincere le elezioni, ma che costerà 46 milioni di euro. Un favore alla destra e uno spreco di denaro pubblico.
È evidente che sono saltati principi e valori. Colgo l’occasione per rinfrescare la memoria sul tema. Con il referendum del 4 dicembre è stato proposto agli italiani di abolire le Regioni. Quel referendum è stato sonoramente bocciato per l’insipienza di chi lo ha proposto in quel modo. Se la riforma fosse passata, la materia concorrente avrebbe subito profondi mutamenti a vantaggio dello Stato centrale. In quel caso, avrebbe avuto senso la ricerca di un regionalismo differenziato. Io stesso avevo avanzato una proposta che andava in tre direzioni: superamento delle Regioni a Statuto speciale, un vero Senato federale, macroregioni con accorpamenti sul modello francese per competere in Europa.
Ci abbiamo anche provato con Marche e Umbria, avviando un processo di condivisione in materia sanitaria e un ufficio unico a Bruxelles. In quel processo di riforma avrebbe avuto senso la ricerca di nuove autonomie, in virtù dell’art. 116 della Costituzione.
Ma nel quadro attuale il referendum di Maroni è, nella migliore delle ipotesi, un grande spot elettorale per la Lega. Nella peggiore, un conato di piccola patria e neonazionalismo nordista. Analogo a quello catalano ben descritto da Albert Boadella su Le Monde.
“L’estrema destra sta risorgendo nel continente proprio grazie alla spinta dei neonazionalisti, che chiedono la chiusura delle frontiere e la fine delle politiche di solidarietà” – scrive Boadella. In questo orizzonte, il nazionalismo catalano, ma vale anche per quello lombardo, è “la storia di una regione ricca che rifiuta di farsi carico delle regioni più povere”. Il suo obiettivo principale è: “separarsi egoisticamente dal resto del Paese”.
La classe dirigente della parte più ricca e dinamica del Paese non nasconde il suo obiettivo. Rompere la solidarietà e l’unità nazionale e agganciarsi alla locomotiva franco-tedesca col chiaro scopo di dividere, anche l’Europa, tra un Nord ricco e un Sud povero. Per l’Italia questa vicenda ha una componente aggiuntiva di cinismo e ipocrisia, se consideriamo che furono proprio i governi della destra e della Lega negli anni ’90 e duemila a dirottare risorse europee, originariamente destinate alle “aree depresse”, alle zone più ricche e industrializzate d’Italia, come i territori di Milano e Varese e di altre città del Nord, dando ad esse un ulteriore vantaggio competitivo, che ha dilatato il divario con il Mezzogiorno.
Inseguire la destra è l’ammissione della propria sconfitta. Contrastarla a viso aperto è invece il nostro dovere. Le priorità del Paese sono altre e corrispondono ad azioni di base di un genuino programma socialista e democratico: un grande piano per il Mezzogiorno per la manutenzione del territorio, le infrastrutture, la formazione e l’occupazione delle donne e dei giovani. La lotta alla povertà assoluta, investimenti massicci nei servizi pubblici, in sanità, edilizia scolastica, ricerca e trasporti. La lotta all’evasione (100 miliardi all’anno) e una tassazione patrimoniale realmente progressiva.
È compito della sinistra unita avanzare questa chiara proposta politica per contrastare un’impostazione confusa e caratterizzata dall’incertezza strategica
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