DI GIORGIO DELL’ARTI
Qualcuno ha avvistato quattro carri armati al Brennero e la notizia dovrebbe essere vera, perché a Roma l’ambasciatore austriaco René Pollitzer è stato convocato alla Farnesina e l’agenzia di stampa austriaca Apa ha annunciato l’arrivo al confine con l’Italia di mezzi corazzati Pandur delle Forze armate di quel paese, precisando che il dispositivo, attivabile nel giro di tre giorni, comprende anche 750 militari, 450 provenienti da reparti stanziati nella regione del Tirolo, gli altri dal comando militare della Carinzia. Sono tutte manovre soprattutto linguistiche, l’Austria cioè ci sta dicendo che non vuole migranti e che tutta la manfrina che stiamo facendo a livello europeo in tema di sbarchi lascia, a parer loro, il tempo che trova. C’è anche una dichiarazione plaudente del governatore tirolese Günther Platter: «Occorre dare segnali inequivocabili nei confronti dell’Italia e dei profughi, che al Brennero non è possibile transitare. Se la situazione lo richiedesse, sono dell’avviso che non si debba tenere conto delle norme dell’Unione Europea». Quindi la procedura d’infrazione avviata proprio ieri dalla Commissione europea nei confronti di Ungheria, Polonia e Repubblica Ceca, che non vogliono ricollocare al loro interno i migranti che gli ha assegnato l’accordo europeo, non fa paura a nessuno. Il muso duro austriaco fa il paio con l’ultima dichiarazione del primo ministro francese Edouard Philippe il quale, nel suo primo intervento davanti al Parlamento riunito in seduta solenne, ha detto: «Accogliere sì, aiutare sì, subire no, mai».

Parlamento vuoto, suppongo.
No, il Parlamento vuoto non era quello di Parigi, ma quello di Strasburgo, convocato in seduta plenaria proprio per ascoltare i discorsi filo-italiani del presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker. Vedendo l’aula deserta, Juncker è esploso: «Saluto i deputati che si sono presi la pena di essere presenti, ma il fatto che siano una trentina (su 751, ndr
) dimostra a sufficienza che il Parlamento non è serio. Siete ridicoli! Il Parlamento europeo è ridicolo!». È dovuto intervenire il presidente del Parlamento europeo, l’italiano Antonio Tajani: «Moderi i termini, signor presidente». Juncker ha poi concluso il suo discorso con un “Viva l’Italia”. La seduta doveva giudicare il semestre di presidenza maltese, pressoché nullo sui problemi che ci riguardano. Ma, curiosamente, il presidente del consiglio maltese, cioè il capo di governo di un paese che si rifiuta di accogliere i migranti, ha detto questo: «Sulle migrazioni, con tutte le buone intenzioni e le dichiarazioni, quando si tratta di una solidarietà effettiva, noi, gli Stati membri dell’Ue, dovremmo vergognarci tutti di quello che abbiamo fatto. Paesi come l’Italia hanno visto centinaia di migliaia di bambini, donne e uomini raggiungere le sue coste: guardiamo a questa Europa che, su questo argomento, è un fallimento». I seggi vuoti di Strasburgo erano però più eloquenti di queste belle parole.

Insomma a chiacchiere sono tutti buoni a gridare viva l’Italia, quando poi si tratta di passare a fatti concreti…
C’è un vertice a Tallin domani, dove le ragioni italiane saranno ascoltate, ma nessuna decisione concreta sarà presa. Si consoli.

Ma non c’era un accordo a tre con la Francia e la Germania, raggiunto appena domenica scorsa?
La Francia, dopo quell’accordo, ha annunciato che navi cariche di migranti raccolti nel Mediterraneo non saranno accolte nei porti francesi. Idem, la Spagna. Però, c’è anche qualche buona notizia, sia pure da prendere con le molle.

Sentiamo.
La Commissione europea, quella presieduta dallo Juncker che ha gridato Viva l’Italia, ha preso una serie lunghissima di decisioni-provvedimenti che sembrerebbero venirci in soccorso. Ci mettono a disposizione 500 esperti di rimpatri, che dovrebbero aiutarci a far tornare a casa più presto i rifugiati che non hanno diritto d’asilo. Vogliono riformare il regolamento di Dublino, quello che obbliga il primo paese raggiunto a farsi carico dell’accoglienza o del rimpatrio. C’è una buona idea sulle aree di intervento dei rispettivi paesi, che finora non erano mai state precisate. Dove finisce la responsabilità libica, per esempio, e comincia quella italiana? Non si sa. Adesso invece verrà fissata questa responsabilità verrà fissata per la Libia e anche per la Tunisia, mentre Egitto, Tunisia e Algeria saranno aiutati anche economicamente a sorvegliare meglio il confine libico, quello da cui passa tutta l’Africa che vuole traversare il mare.

E le ong? Perché in base alle ultime mosse italiane, il diavolo nero di questa tragedia marina sono, almeno in parte, loro.
L’Italia dovrebbe preparare, in consultazione con la Commissione, e sulla base di un dialogo con le organizzazioni non governative, un codice di condotta per le ong che effettuano attività di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale. «Il codice di condotta servirà a fare chiarezza e ad evitare gli equivoci», secondo il vicepresidente vicario della Commissione Ue Frans Timmermans, che si dice sicuro del fatto che le ong sono guidate «dal loro impulso umanitario».

 

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