DI LUCA BILLI
Non si può rimanere indifferenti di fronte agli uomini e alle donne che lasciano la loro terra, i loro affetti, le loro famiglie, che spendono tutti i loro soldi, guadagnati in una vita di lavoro, che mettono a rischio la loro vita e, a volte, quella dei loro figli. Queste persone meritano il nostro rispetto e il nostro aiuto.
Avere rispetto per queste persone e per le sofferenze che stanno incontrando significa anche affrontare il tema con parole chiare, senza infingimenti e tatticismi. Prima di tutto chi fugge la miseria, la fame, le malattie, ha gli stessi diritti di chi fugge da un paese in guerra o da una dittatura: non si può chiamare il secondo rifugiato e il primo clandestino. Tutti hanno gli stessi diritti. Nessuno può essere lasciato in mare o può essere respinto senza averne stabilito nome e nazionalità. Nessuno deve morire in mare e a nessuno possono essere rifiutati il primo soccorso e le cure mediche. Tutti devono essere nutriti e dissetati. Francamente sotto questa soglia credo non sia eticamente possibile scendere.
Poi c’è un passo in più: tutte queste persone devono godere dello stesso rispetto. Rispetto significa prima di tutto non usare più quei disperati a propri fini, in politica estera o interna. Il rispetto infine si misura anche nelle parole. Un clandestino è qualcuno che arriva di nascosto, con l’inganno, mentre i disperati della Tunisia, della Libia, dell’intera Africa arrivano alla luce del sole, affinché tutto il mondo li possa vedere.
Naturalmente, anche mentre si gestisce – per lo più male – l’emergenza, bisogna saper guardare oltre. E anche in questo bisogna essere chiari. L’Italia è un paese che invecchia sempre più rapidamente e che quindi ha bisogno di energie giovani, ma è anche un paese con una struttura economica e sociale molto fragile: i cittadini stranieri sono una risorsa, ma è possibile accogliere stabilmente solo una parte di quelli che arrivano. Riporto alcune parole di grande saggezza di Enzo Bianchi, il priore della comunità monastica di Bose.
“Siamo consapevoli che quasi mai il pane va verso i poveri e quasi sempre i poveri vanno verso il pane. […] Occorre riconoscere che esistono dei limiti nell’accoglienza: non i limiti dettati dall’egoismo di chi si asserraglia nel proprio benessere e chiude gli occhi e il cuore davanti al proprio simile che soffre, ma i limiti imposti da una reale capacità di fare spazio agli altri, limiti oggettivi, magari dilatabili con un serio impegno e una precisa volontà, ma pur sempre limiti.”
Nei prossimi anni ci toccherà fare delle scelte, ma queste scelte saranno giustificate e giustificabili agli occhi di chi le subirà e all’esame della nostra coscienza, soltanto se avremo fatto in modo che la situazione in Africa tra vent’anni sia diversa da quella di oggi. Tra l’altro, tra vent’anni non sarà più un problema etico, di quello che ci dice la nostra coscienza, ma quell’onda di disperazione ci travolgerà.
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