DI PINO APRILE
Uno strano comunicato (strano per le sue argomentazioni) del presidente del gruppo dei Popolari alla Regione Puglia, Napoleone Cera, critica l’approvazione, da parte del Consiglio regionale, della mozione dei cinquestelle (votata da quasi tutti gli altri) per istituire il Giorno della Memoria delle vittime duosiciliane dell’Unità d’Italia.
“La Storia non si riscrive a colpi di mozione, specie quando viene sostenuta da operazioni editoriali e ricostruzioni letterarie, che meriterebbero altri approfondimenti”, contesta Cera. Quindi, per “approfondire” meglio evitare “operazioni editoriali”, ovvero libri? Boh! A parte che il Giorno della Memoria serve esattamente a questo: incontri, letture, dibattiti, ricerche per “approfondire”. Se diamo per scontato che Cera non tema il rischio che si approfondisca (è così, giusto?), cos’è che non va?
L’iniziativa a Cera “pare fuorviante ed ha il sapore di assecondare populismi storici, pericolosi e non educativi”. Dipende da quale “via” si teme di andare “fuori”: quella che per un secolo e mezzo ci ha taciuto delle stragi, dei paesi rasi al suolo, delle popolazioni deportare e carcerate in massa, delle fabbriche distrutte o condannate al fallimento, perché tutti gli appalti furono trasferiti al Nord, persino manu militari, o dei macchinari rubati, dell’oro sottratto? Benedetta qualsiasi iniziativa ci faccia “fuorviare” da questo!
Quanto ai “populismi storici” si parla forse della favoletta di Mille che in pochi mesi distruggono un Regno di 9,5 milioni di abitanti e sconfiggono un esercito di centomila uomini? Tralasciando di dire che i Mille divennero 60mila, grazie al primo patto Stato-mafia che trasforma in “patrioti” migliaia di delinquenti (leggere cosa diceva Rocco Chinnici, cosa confessa nella sua autobiografia Joe Bonanno, cosa scrive il magistrato Piergiorgio Morosini in “Attentato alla giustizia”, o i documenti riportati in “La mala setta” di Francesco Benigno); grazie alla Legione straniera inglese; grazie alla Legione straniera ungherese (tutti patrioti italiani, si capisce); grazie a più di ventimila “disertori” dell’esercito sabaudo che, invece di fucilarli per diserzione, li portava in Sicilia?
E perché la storia, invece di raccontare come stanno le cose, dovrebbe darsi compiti “educativi”? Per educare a cosa: il vinto alla sottomissione? (È già stato autorevolmente detto che la storia è la versione dei fatti del vincitore). E il pericolo paventato qual è: che il vinto se ne accorga?
Addirittura, Cera sostiene che il tema delle stragi “è stato ampiamente affrontato nel corso delle manifestazioni dedicate al 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia, tanto che il presidente del Comitato aveva rivolto ampie scuse per il comportamento delle truppe, all’indomani della proclamazione dello Stato italiano”.
Ma davvero? E ci dice quando, dove, come, tutta quest’ampiezza ampiamente ampia? Le scuse del presidente della Repubblica portate da Giuliano Amato a Pontelandolfo, paese trattato dai bersaglieri come i nazisti a Marzabotto, non giunsero in seguito al “tema ampiamente affrontato nel corso delle manifestazioni”, ma alle proteste, alle polemiche dilaganti provocate da manifestazioni e “ricostruzioni letterarie” figlie di “populismi storici” e dell’allora sindaco di Pontelandolfo che, stufo dell’indifferenza delle maggiori istituzioni, fece un atto rivoluzionario e persino fuor di legge (Cera direbbe “fuorviante”): dichiarò autonomamente Pontelandolfo “paese martire del Risorgimento”.
Impostato male il tema, Cera giunge, ovviamente a conclusioni “fuorviate”: “i fatti elencati sono ascrivibili a una guerra civile, a volte più cruenta di quella partigiana, e che non si può parlare di ‘martiri’”. Infatti, chi difese il proprio Paese invaso da un esercito senza manco dichiarazione di guerra, fu diffamato e ancora poco sin-cera-mente (Cera mente?) lo è, quale “brigante”: alcuni lo erano davvero, come certi criminali cui sono dedicate piazze e strade e chiamati eroi, solo perché scelsero la parte vincente.
Guerra civile? Un esercito mette a ferro e fuoco un Paese con cui non ha nessun contenzioso, in nome di uno Stato da costruire, nuovo e unitario, ma che si risolve nell’allargamento del Piemonte (come denunciato e persino rivendicato più volte in Parlamento, in quegli anni). La guerra civile non c’era, la portarono garibaldini e piemontesi; e lo disse pure Nino Bixio. Se ci sono voluti anni di guerra ferocissima, stati d’assedio, rappresaglie spaventose, la retorica degli italiani che bramavano l’Unità andrebbe rivista più onestamente. Il Paese poteva nascere bene; è nato male. Insultare pure i martiri che difesero il proprio Stato e la propria bandiera è infame, mentre vengono onorati tanti che letteralmente si vendettero al nuovo potere, non per patriottismo, ma per soldi e prebende. Agli idealisti e martiri di una parte e dell’altra andrebbe riconosciuta l’onestà del loro sacrificio. Ma persino in questo i vinti restano colpevoli.
“Ho votato contro perché si sta cavalcando un sentimento pericoloso, già sperimentato sul fronte leghista, quello della separazione tra Nord e Sud”, scrive Cera. Suo diritto votare contro, non stravolgere i fatti. Il Giorno della Memoria non è figlio di “un sentimento pericoloso” (per chi? Per chi vuol continuare a dirci nei libri di storia che i terroni erano poveri, arretrati e oppressi, tre menzogne, per negare loro, ancora oggi, ferrovie, strade, pari diritti?). Accostare quei sentimenti alle pagliacciate leghiste è un’offesa. Il Giorno della Memoria serve a recuperare storia negata; la Lega la storia la inventa, con gli Alberto da Giussano e Padanie mai esistite (salvo gli elmi cornuti).
Ma se non sbaglio, il presidente Cera è in una formazione che della Lega è stata alleata. E non ricordo comunicati del suo partito contro il razzismo antimeridionale della Lega, il tricolore usato “per pulirsi il culo” e poi bruciato in piazza. Ma forse quelle cose non erano dettate da “un sentimento pericoloso”.
Né ricordo comunicati di Cera o della sua parte politica contro l’esclusione, per diktat ministeriale, di tutti gli scrittori e poeti meridionali, incluso i premi Nobel, dai programmi di Letteratura del Novecento nei nostri licei; né contro l’esclusione del Sud dal progetto per le grandi opere (salvo due su una settantina); né contro le norme che riducono il diritto alla salute dei meridionali, rispetto a quella dei settentrionali; né contro il decreto che condanna in pochi anni al declino e alla chiusura le università del Sud…
No. Mi scuserà Cera se mi disorienta che lui scopra “pericolosa” solo la voglia di sapere come andarono davvero le cose un secolo e mezzo fa e perché vanno ancora così? Ma vediamo il lato positivo, detto senza ironia: magari, volendo dedicarsi a questi temi, prima o poi il presidente Cera si chiederà se la “questione meridionale” è la voglia di “approfondire” o il treno che da 156 anni non arriva a Matera, mentre da Torino ne parte uno che in 26 ore arriverà a Pechino (più o meno il tempo che impiega il Torino-Palermo). Un suo comunicato su questo non avrebbe fatto male…
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