DI PIERLUIGI PENNATI
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Ha comunque cantato vittoria dopo l’esito delle comunali, lo hanno fatto tutti, si vince e si perde e si deve far buon viso a cattivo risultato, il cambio di rotta, però, fa pensare che davvero questa volta Renzi sia in grande difficoltà: convocare la Direzione del PD a porte chiuse non passa certo inosservato, soprattutto perché è la prima da quando è segretario del PD.
Dopo i primi Tweet, le comunicazioni FaceBook e le dirette streaming sistematiche, l’ultimo cambiamento di pochi giorni fa era sempre nella direzione telematica, “L’Unità”, checché se ne sia detto organo tradizionale di partito da sempre, diventa “Democratica” e si distribuisce solo on line, a conferma dell’orientamento renziano alla comunicazione, subito dopo, però, un grande dietro front: la riunione della Direzione PD si terrà a porte chiuse.
Nel dire no allo streaming della Direzione, Renzi incolpa Pisapia: «E la roba di Pisapia si è rivelata un mezzo flop» ed aggiunge «In questa riunione dobbiamo parlare di cose di lavoro, ma se c’è la tv sai in quanti si alzano per prendere la parola e distinguersi…».
Vizi privati quindi, nessuna pubblicità, i panni sporchi si lavano in famiglia e nessuno deve sapere se davvero c’è una crisi interna e quanto questa sia è grande, anche se il sospetto è che entrambe non debbano essere trascurabili se persino Matto Renzi teme la comunicazione che è fin dal principio uno dei suoi cavalli di battaglia e principale alleato.
La Direzione PD di oggi è annunciata come squisitamente organizzativa, ci sono le feste dell’Unità da organizzare, quelle hanno al momento conservato il nome, ed i congressi locali di ottobre, quindi nulla di che, se non fosse che proprio il leader PD denunci la propria debolezza affermando: «Evitiamo la solita scena del Pd che litiga. In questa riunione dobbiamo parlare di cose di lavoro, ma se c’è la tv sai in quanti si alzano per prendere la parola e distinguersi…».
Certo, all’interno del partito le polemiche non sono tenere negli ultimi tempi e, nonostante le dichiarazioni di calma, la tensione di Renzi si percepisce tutta, altrimenti non avrebbe detto ai suoi «non voglio fare la guerra a nessuno, nemmeno a Dario. Diciamoci la verità, io non l’ho attaccato, lo strappo lo ha fatto lui e ora deve essere lui a ricucire. Se in direzione non parla e fa la parte di quello che non dice niente, nessun problema, ma se invece parte contro di me, allora la mia reazione sarà durissima. Del resto, i numeri sono dalla mia, lui al massimo in direzione avrà una decina di voti perché anche i suoi gli hanno detto che ha sbagliato ad attaccarmi dopo le dichiarazioni di Romano».
Da parte sua Franceschini replica secco con un «se Matteo non mi attacca, non ho motivo di farlo nemmeno io», mentre Cuperlo avverte senza mezzi termini: «mi aspetto che (Renzi n.d.r.) capisca che il partito è una comunità e non una caserma, che il segretario non è il comandante in capo. In un partito si discute e ci si confronta».
Dunque, il problema di oggi sembra essere proprio Renzi, che si è presentato per rottamare i vecchi quadri ed adesso, dopo gli insuccessi delle sue iniziative politiche, referendum costituzionale sopra tutte, evidentemente non vuole essere rottamato a sua volta e le Direzioni diventano sempre più calde, tanto calde da suggerire di non diffonderne i contenuti in barba alla tanto decantata trasparenza.
Alla fine anche per Renzi ci sono vizi privati e non solo pubbliche virtù e discuterne pubblicamente non piace a nessuno, soprattutto quando si pensa di essere ancora sulla cresta dell’onda e di poter utilizzare la propria popolarità anche per altri scopi, infatti, nel suggerire di tenere la calma ha già la testa altrove e  dice ai suoi: «Non cedete alle provocazioni, state buonini. Dobbiamo prendere il passo della maratona perché le elezioni anticipate non ci sono più. Abbiamo davanti a noi più di sei mesi di tempo, nei quali io girerò l’Italia per il mio libro e poi in treno».
Libri, campagne elettorali e rilancio della propria immagine, qualcuno potrebbe chiamarlo ego smisurato, altri potrebbero vedere interessati retroscena, quello che è certo è che quel «Se perdo il referendum, lascio la politica», sembra ormai, almeno da lui, dimenticato.
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