DI GIORGIO DELL’ ARTI
Gli italiani non hanno ottenuto a Tallinn quello che reclamano da una decina di giorni, e tuttavia il ministro Minniti s’è detto tutto sommato contento.
Cos’è Tallinn? Che cosa reclamano gli italiani?
Tallinn è la capitale dell’Estonia, che col primo di luglio ha dato inizio al suo semestre di presidenza della Ue. La si è omaggiata con questo vertice, che aveva tuttavia la qualifica di «informale», nel senso che i capi europei avrebbero parlato dei problemi dell’Unione ma senza poter ancora prendere nessuna decisione concreta. Era una specie di incontro fra amici che non si vedono da molto tempo e si aggiornano sulla salute delle famiglie. Naturalmente è solo un rito, come saprà, i capi europei, in un modo o nell’altro, si incontrano di continuo e sono perfettamente al corrente dello stato di salute dei partner. Quanto agli italiani, ricorderà che il ministro Minniti, un paio di week-end fa, interruppe un viaggio di lavoro verso gli Stati Uniti e ritornò di corsa a Roma, richiamato dall’annuncio che in appena due giorni erano sbarcate sulle nostre coste dodicimila persone provenienti dalla Libia. Fu allora che il ministro gridò: «Bastare sbarcare tutti sui nostri porti! Se l’Europa non ci aiuta, porteremo i naufraghi della Libia nei porti altrui». Con questa idea ci si è baloccati in pratica fino a ieri.
Invece?
Una sfilza di non possumus
. Hanno incominciato francesi e spagnoli, ben prima di questo appuntamento di Tallinn. E a Tallinn, ieri piena di giornalisti italiani e pressoché vuota di giornalisti di altre nazioni, hanno detto il loro «no» pure gli altri. La faccenda della «regionalizzazione del soccorso» (si chiama così) non era nemmeno all’ordine del giorno, e tuttavia il tedesco Thomas de Maizière s’è affrettato a precisare: «Non sosteniamo la cosiddetta regionalizzazione delle operazioni di salvataggio». Il belga Theo Francken: «Non credo che apriremo i nostri porti». L’estone Sven Milkse: «Non è possibile forzare nessuno». Eccetera.
Di che cosa è soddisfatto Minniti allora?
L’Italia ha ribadito l’idea di varare, d’accordo con gli europei, un regolamento che limiti la possibilità di intervenire in aiuto dei naufraghi da parte delle navi delle ong. Questo suggerimento è stato accolto con molto favore, e sia pure informalmente, cioè niente di concreto, se ne discuterà sul serio nei prossimi appuntamenti. Anche l’idea di dare soldi alla guardia costiera libica perché sia più sollecita nel controllo delle sue coste è piaciuta. Tutti d’accordo che vada anche riformata la politica dei rimpatri, il che forse prepara qualche cambiamento sulla regola di Dublino, per cui il primo paese d’arrivo è quello che si deve far carico, pressoché per intero, del problema. In generale, credo stia passando l’idea che bisogna sforzarsi soprattutto sui paesi africani, per rendere meno probabili le partenze. Ha letto l’intervista di Bill Gates?
Ancora no.
Bill Gates, grande benefattore dell’Africa insieme con sua moglie Melinda, ha cambiato posizione sul problema dei migranti. Nel 2016, al World Economic Forum di Davos, aveva detto: «La Germania e la Svezia sono da elogiare per il modo in cui accolgono i migranti. Gli Stati Uniti dovrebbero seguire il loro esempio», una presa di posizione che voleva spingere Barack  Obama a far di più. L’altro giorno, parlando con il giornale tedesco Welt am Sonntag, ha criticato la Merkel, troppo generosa nell’accoglienza dei profughi. «Da una parte tu puoi mostrare generosità e accogliere i rifugiati. Ma più sei generoso, più il mondo se ne accorgerà e alla fine questo motiverà più persone a lasciare l’Africa. L’Europa deve rendere più difficile per gli africani raggiungere il continente attraverso le attuali rotte di passaggio. Inoltre, la tumultuosa crescita demografica in Africa diventerà un’enorme pressione migratoria sull’Europa, a meno che gli Stati non decidano di aumentare in modo consistente gli aiuti allo sviluppo alle terre d’oltremare».
Lui quanto versa in aiuti all’Africa?
Un sacco di soldi. La Bill & Melinda Gates Foundation dispone di un patrimonio operativo di 40 miliardi, l’intera Unione Europea ha un budget complessivo di 140 miliardi. Però nel 2015 il magnate di Microsoft ha destinato 5,1 miliardi di dollari per una serie di progetti sanitari, sociali, di sostegno all’agricoltura e alla formazione professionale nelle aree più povere del pianeta. L’Unione Europea, con un budget quadruplo, s’è spesa per appena 2,4 miliardi.
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