DI SIMONA CIPRIANI
La quinta sezione della Corte d’Assise di Napoli, si è espressa in proposito dell’omicidio della piccola Fortuna Loffredo al termine del processo di primo grado che ha visto sul banco degli imputati Raimondo Caputo, detto Titò, e la sua ex convivente Marianna Fabozzi.
La piccola Fortuna, era precipitata, il 24 giugno del 2014, dall’ottavo piano del palazzo in cui viveva con la mamma, Mimma Guardato, nel popolare Parco Verde di Caivano in provincia di Napoli.
La sentenza è stata severissima: ergastolo con isolamento diurno per 13 mesi e 14 anni per violenze sessuali per il Caputo, 10 anni di carcere per la Fabozzi, accusata di aver coperto i crimini e le violenze sessuali sulle figlie minori commesse dal suo convivente.
La storia di quest’atrocità, cui i giudici hanno reso finalmente giustizia, si svolge all’interno del Parco Verde, un agglomerato di palazzoni che di verde, inteso come giardini, hanno ben poco se non il colore sbiadito che li caratterizza.
Costruito con i fondi straordinari stanziati con la legge 219, detta legge “post terremoto”, per dare alloggio ai 280mila sfollati provocati da uno degli eventi tellurici più disastrosi della storia del nostro Paese che causò oltre 3mila morti in Campania nel 1980, il Parco Verde si è trasformato negli anni in un ghetto, regno della criminalità e delle piazze di spaccio: almeno 600 persone campano con i proventi del traffico di stupefacenti e il 30% dei circa 6mila abitanti del quartiere, compresi i bambini, ha precedenti penali.
Questa è una storia di bambini. Bambini che crescono tra le aiuole spoglie dove al posto dei fiori si trovano le siringhe dei tossici, tra i viali squadrati di un quartiere periferia della periferia, strade anonime che segnano i riquadri del degrado, dell’ignoranza e della miseria. 1200 minori a rischio di un futuro criminale, per cui la droga, le rapine, gli scippi, gli atti vandalici, la violenza rappresentano la quotidianità, la normalità ma è anche una storia di donne, mogli, conviventi, madri, figlie che subiscono, vedono, tacciono, soccombono accettano e coprono con l’omertà quelle violenze, consapevolmente o no.
È una storia sulle miserie umane. Quelle miserie che sono capaci di trasformare gli esseri umani in mostri.
Tutto comincia il 28 aprile del 2013, le sirene della polizia risuonano tra i palazzoni tetri. Questa volta i lampeggianti delle auto delle forze dell’ordine non illuminano nessuna retata, nessuna perquisizione ma un corpicino sull’asfalto cui manca una scarpina.
È il piccolo Antonio Giglio, non ha ancora 4 anni ed è precipitato dalla finestra della sua cameretta.
La madre sostiene che si sia affacciato per guardare un elicottero che passava sporgendosi troppo dal parapetto: la donna si chiama Marianna Fabozzi ha altre due figlie e convive con un tale Titò Caputo che diventerà il padre, successivamente, di una terza bambina.
La polizia crede alle dichiarazioni della Fabozzi e il caso viene archiviato, ma la storia non finisce qui.
Il 24 giugno del 2014 Fortuna Loffredo, una bambina di sei anni, muore dopo un volo di otto piani cadendo dal tetto di quello stesso palazzo.
Sul selciato, giace il corpo della bimba priva di una delle sue scarpine.
Questa volta il fatto insospettisce gli inquirenti, perché di quella scarpina non c’è traccia né nelle vicinanze, né sul tetto e perché quella morte ricorda troppo il caso di Antonio Giglio, troppe coincidenze.
La mamma della piccola, Mimma Guardato, dichiara che la bambina era andata a giocare da alcune amichette che abitano nel palazzo, quelle amichette sono proprio le figlie di Marianna Fabozzi.
La vicenda si aggrava dopo l’autopsia effettuata sulla piccola Chicca, come tutti la chiamavano, da cui risulta che la bimba ha subito violenza sessuale.
Nella relazione del medico legale si parla di “abuso cronico”, la bambina era stata più volte violentata: nella storia compare l’ombra oscura della pedofilia.
L’allora pubblico ministero di Napoli nord Federico Bisceglie, fa piazzare microspie in ogni angolo del palazzo ma, complice anche l’omertà di alcuni inquilini, le indagini non sembrano procedere produttivamente.
Nel novembre del 2015, però, ecco la svolta.
Le tre figlie di Marianna Fabozzi, tolte nel frattempo ai genitori perché colpevoli di offrire loro un “ambiente familiare inadatto” e poco consapevoli del proprio “ruolo genitoriale”, ospitate in una casa famiglia, si confidano con un’operatrice e accusano Raimondo Caputo di aver più volte violentato sia loro che Chicca e di aver sentito le urla della loro amichetta che si opponeva agli abusi poco prima del tragico volo. Escono, intanto, anche le registrazioni delle intercettazioni ambientali in cui Marianna le minaccia, le induce a mentire ai carabinieri.
È cosa mai accettabile che una madre tenti di coprire le violenze sessuali subite dalle figlie? Purtroppo sono fatti che succedono più frequentemente di quanto sia possibile immaginare, ma lo svolgersi degli avvenimenti in questa storia degli orrori, induce al sospetto che ci sia qualcos’altro sotto.
È forse legato alla morte di Antonio Giglio?
Sul caso, a distanza di tre anni, la procura di Napoli ha aperto un fascicolo che vede indagata la Fabozzi per il decesso del figlio a causa delle dichiarazioni della sorella di Titò, Antonella, che ha affermato di essere stata presente nell’abitazione della coppia quando Marianna ha spinto il bambino giù dalla finestra: i due casi s’intrecciano in una rete di sospetti, reticenze e accuse da parte di vari componenti delle famiglie protagoniste di questa tragedia.
Marianna Fabozzi e Raimondo Caputo vengono arrestati ma Titò, pur ammettendo la sua pedofilia, si proclama innocente per la morte di Chicca accusandone Marianna che continua nelle sue affermazioni controverse e in spiegazioni insoddisfacenti.
L’esito del processo ha confermato quello che la mamma di Chicca aveva sostenuto fin dai primi momenti dopo la tragedia, cioè che la figlia fosse stata uccisa deliberatamente da qualcuno che abitava nel palazzo, che l’orco fosse tra le mura di quel cupo palazzone, mentre è stato il padre della bambina, Pietro Loffredo, a denunciare che nel quartiere ci fosse una rete di pedofili, che il caso di Fortuna e delle sue amichette non fosse isolato, puntando il dito non contro Caputo, per l’omicidio della figlia, ma verso un altro uomo con il quale l’ex moglie avrebbe avuto una relazione da cui sarebbe nato anche un bambino.
Accuse in parte confermate dalle indagini degli inquirenti che hanno scoperto abusi sessuali su almeno altri 4 minori e arrestato Salvatore Muzzi, il primo soccorritore di Chicca, accusato di aver molestato una dodicenne.
Ascoltando la sentenza che ha decretato il fine pena mai per l’assassino di sua figlia, Domenica Guardato è scoppiata in lacrime: “finalmente conosco il nome di chi ha ucciso mia figlia”, ha dichiarato.
Si chiude così un primo capitolo di questa vicenda ma la storia degli orrori di Parco Verde non finirà sicuramente qui, perlomeno fino a quando non si romperà il muro di silenzio, di omertà, d’ignoranza e degrado che lo circonda.
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