DI PINO APRILE
Questo è il progetto che ho suggerito, in via confidenziale, al Comune di Napoli: l’Expo permanente della civiltà napoletana). Pensavo al recupero di una Vela di Scampia, ma potrebbe essere l’Albergo dei poveri, ora al centro di polemiche per l’annunciata messa in vendita.
Immaginate potersi fermare per gustare eccellenze campane; acquistare prodotti dell’artigianato d’arte (ceramica, corallo, abbigliamento…) e visitare virtualmente Capidomonte, Napoli sotterranea, palazzo Reale, il san Carlo…, assistere a concerti, sceneggiate, teatro di Eduardo, eccetera. Tutto in sintesi, come prima tappa per andare alla scoperta di Napoli.
Potrebbe nascere dalla collaborazione fra enti pubblici e imprenditori privati che avrebbero spazi prestigiosi da autogestire.
Prendetela per quella che è: un’idea come tante. Ma fra tante, possibile non ce ne sia una buona? Ecco il testo che avevo inviato:
“L’oro di Napoli è Napoli. E ci si può campare. Già succede, ma con enorme spreco di possibilità, perché Napoli può darne immensamente di più ai napoletani e a tutti gli altri, mettendo insieme, perché siano più facilmente raggiungibili, questi tesori. Poi mi spiego meglio: Napoli deve fare una sintesi di se stessa, dei suoi valori e mettersi in mostra. Ma Napoli è già una mostra dell’arte e dell’arte di vivere. Sì, ma mostra diffusa; un po’ troppo. A volte, per farsi comprendere, bisogna concentrare. Persone più fini direbbero: rendere più fruibile. Da non napoletano, se mi chiedono cos’è Napoli, rispondo: tutto. E se mi chiedono cosa significa, uso le parole di Jean Noel Schifano, che sembrano un atto d’amore (meritato, certo, ma l’amore è irrazionale) e invece sono una matematica descrizione della cosa: «Se sparisse tutto il mondo e restasse solo Napoli, non avremmo ancora perso niente». Questo vuol dire tutto.
Ma di cosa è pieno “tutto”? Di cibo, perché “primum vivere” (i latini erano gente pratica). Per cosa è famosa Napoli nel mondo, rendendo famosa l’Italia (quando conviene, Napoli è Italia)? La pizza, il caffè, la mozzarella, il babà: nessuna di queste cose è napoletana, ma è stata Napoli a portarle a livello di eccellenza mondiale. Il che mostra che non conta quel che hai, ma quello che ne fai; e più di quello che ne fai, conta come lo fai. Il senso della perfezione è arte e il senso dell’arte è nel modo di fare napoletano. Per non buttarla sul difficile: un caffè, cos’è un caffè? Tutti sono capaci di sciogliere una polvere in acqua o filtrarla; ma ci vuole Eduardo per mostrare come può diventare rito, mito, arte eccelsa! Quindi, Napoli, come le poche, vere capitali, è cosmopolita, perché prende le cose buone di chiunque e le fa proprie; ed è napoletana, perché le rende riconoscibili come proprie, portandole all’eccellenza a modo suo.
Dice: ma allora ‘e maccarune, gli spaghetti? La conferma di quello che ho appena detto, per percorso inverso: quello che è napoletano, in quanto eccellente, è donato al mondo e diventa di tutti. Gli spaghetti non dicono più Napoli, questo è il loro passato; gli spaghetti, oggi, sono apolidi.
Dentro “tutto” c’è la musica. E la musica “italiana” è, in realtà, napoletana. Quella occidentale rinasce a Napoli nel Settecento. Gli emigranti in America, dopo l’Unità d’Italia, per la miseria a cui questa ridusse il Sud (prima, non emigrava nessuno), ci andarono con la loro musica e dovettero confrontarsi con quella di altri dolori (neri d’America, irlandesi); per la necessità dell’incontro fra la scala di cinque note usata dai neri e la nostra di sette, si creò una nota-ponte, la blue-note, donde il blues; mentre i musicanti di Salaparuta, a New Orleans, improvvisavano per immettersi nel filone musicale del luogo e venne fuori il jazz. Per questo c’è tanta “sesta napoletana” (l’accordo principe per il dolore in musica) nel rock. Quando Pino Daniele fa quello che fa, non porta il rock nella musica napoletana, ma riporta a casa un figlio di Napoli che, nel frattempo, ha fatto la sua strada. Dalle radici ai frutti di oggi, la musica parte da Napoli e arriva a Napoli, e non è solo Caruso: diciamo da Eugenio a Edoardo Bennato, per sintetizzare con una famiglia.
E le scienze ci stanno in “tutto”? Certo che ci stanno: l’archeologia, la sismologia, la moderna storiografia, l’economia politica, la vulcanologia… tutta roba nata a Napoli. E chi lo sa, chi lo dice? Chi racconta i percorsi della medicina che s’intrecciano nel Golfo, della matematica, della filosofia?
Scusate, e ‘o teatro, ‘o teatro, ce sta arind’o “tutto”? Ma volete scherzare? E da dove credete che nasca questa mia proposta, che raccoglie la sintesi di alcune conversazioni con Nino Daniele e l’esortazione di un corrispondente della pagina di “Terroni” su facebook? Era appena morto Luca De Filippo, figlio di Eduardo, nipote di Eduardo Scarpetta, cugino di Luigi, il figlio di Peppino… E le trovi, se le vuoi cercare, queste dinastie, queste opere, queste storie, con relativi documenti, bibliografia, immagini, registrazioni, in un solo posto?
Mi spiego meglio: il cinema, altro spicchio di “tutto”. Gli ultimi tre Oscar del cinema dati all’Italia sono andati a un siciliano, Giuseppe Tornatore, e due napoletani (quando prendono l’Oscar sono italiani; quando devono prendere il treno tornano terroni), Gabriele Salvatores, che è passato in salsa lombarda, ma vince con “Mediterraneo”, e Paolo Sorrentino. Ci sarebbero anche una certa Loren Sofia e un De Sica Vittorio e Totò… Vabbe’, le enciclopedie esistono già.
Voglio solo dire: se togli Napoli, cosa resta della musica? Se togli Napoli, cosa resta del cinema italiano? E della filosofia, della cultura (le fiabe che conosciamo come dei fratelli Grimm, furono scritte a Napoli, ma chi lo ricorda?), della scienza? Guardate che disastro è stato togliere Napoli dalla storia, per nascondere quello che le hanno fatto. Ma tutte queste tracce sono sparse per la città, con troppo di qualcosa e niente di altro. Perché non raggrupparle, per farne una vetrina della cultura partenopea, della sua intera  e plurimillenaria civiltà, raccogliendo documenti, testimonianze, opere, in un posto unico, facilmente raggiungibile, per consultazione e studio (come dice quello…? Ah, sì, “fruizione”), con spazi per eventi, incontri, rielaborazioni?
E ci sono questi posti? Una legge fisica, chimica e sociale dice che il mondo cambia lungo i margini, ai suoi confini, dalle periferie (rileggete quei pochi nomi citati, vedete da quali quartieri o sobborghi si sono mossi, quasi tutti). Non so se per un napoletano la parola “periferia” fa venire in mente qualcos’altro; per i non napoletani, il collegamento è immediato: Scampia. E se chiedete cos’è Scampia, vi dicono: le Vele. Il simbolo di Gomorra può ospitare l’oro di Napoli? Se ci sono ragioni economiche, legali, strutturali…, non so, comunque serie, che rendono la cosa, anche volendo, non possibile, alzo le mani (lo dico per pura furbata: le cose impossibili sono quelle che non si vogliono fare). Se cito le Vele, è per due ragioni: 1) questo universo è simmetrico, dove c’è un di più di male, guardatevi intorno, c’è di sicuro un di più di bene; perché -1 è vicino a +1, altrimenti l’universo penderebbe da una parte. La distanza fra meglio e peggio è minore di quella fra bene e male: più si allontanano dal centro, più si vanno incontro. E per quella simmetria che rende il nostro universo armonico, Napoli può, e forse deve rialzarsi dove tutti l’hanno vista stramazzare; 2) questo percorso è già stato compiuto, e proprio a Scampia, dove un edificio scolastico abbandonato e ridotto a migliore rappresentazione dell’inferno in terra (macerie, monnezza, droga, sangue, merda, siringhe, violenza, crimine), oggi, per volontà e cuore dei folli e giusti (e l’aiuto, vivaddio poterlo dire, del Comune) è un’idea di paradiso possibile: l’Officina delle culture Gelsomina Verde (grazie Ciro Corona e a tutti gli altri).
I greci dicevano che gli dei puniscono chi chiede loro troppo poco, perché ne umilia l’onnipotenza. E noi, che li vogliamo offendere? Le comunità si uniscono attorno a dei progetti. Gli egizi, per le piramidi. A Scampia le piramidi ci stanno già, quindi metà del lavoro è fatto; andrebbero solo riempite del cuore, del cervello, della memoria e del genio di Napoli, un po’ sparpagliati, per ora; di quello che Napoli è stata ed è; di quel che ha fatto e sa fare… E se non le Vele, l’Albergo dei poveri. O no?
Ci sono forze e volontà sufficienti, pubbliche e private, per un progetto del genere? Altro che Expo!

 

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