DI MARISA CORAZZOL
(nostra corrispondente da Parigi)
Dopo tre anni trascorsi nelle grinfie del sedicente « Stato Islamico » e dopo nove mesi di aspri combattimenti, una fra le più difficili battaglie della storia contemporanea si conclude a Mosul, la seconda città più importante dell’Iraq.
Da domenica sera, quella che era divenuta la città simbolo dell’ « ISIS » e da cui partì l’appello delll’autoproclamotosi « Califfo », Abou Bak Al-Bagadadi, è tornata libera e sotto la protezione dell’esercito iracheno. Ora, però, gli abitanti, come gli stessi militari iracheni, si chiedono come procedere per cancellare tutte le tracce del « regno jihadista » visti gli odori nauseabondi che emanano dalle migliaia di corpi che giacciono sotto le macerie. E non solo.
Le Moschee, le Chiese e le stesse splendide costruzioni architettoniche dei secoli scorsi sono completamente sventrati o ridotti in cumuli di polvere ed in quel groviglio spaventoso composto di sassi, di pietre e di marmi sbriciolati, alternato da cumuli di rifiuti, restano ancora centinaia di mine anti uomo disseminate dai jihadisti in fuga.
Come debellare, altresì, le tracce dell’ ideologia jihadista laddove, in molti quartieri alcuni abitanti affermano che molti, fra loro, restano saldamente fedeli ai dettami dell’intelagrismo islamico ? Un ‘altra preoccupazione per i liberatori iracheni è quella relativa ai familiari dei combattenti jihadisti, poiché molte loro donne ed altrettanti bambini pesantemente indottrinati sono fuggiti durante i combattimenti e si sono rifugiati o nei campi predisposti per i rifugiati, oppure sono andati a ripararsi in altre parti della città.
Gli abitanti rimasti collaborano, tuttavia, con l’esercito iracheno ed in molti giurano che l’ « ISIS » non potrà più tornarvi.
In quella città che storicamente non ha mai avuto ottimi rapporti con l’esercito iracheno, la maggioranza degli abitanti oggi collabora attivamente con tutte le forze di sicurezza al punto di far pensare che così continuando, Mosul non potrà più facilmente cadere nell’incubo jihadista.
Per altro verso – e per restare realisti – non bisogna tuttavia pensare che la sconfitta di Mosul significhi la fine dello « Stato Islamico ». E non lo è certamente, visto che l’ « ISIS », a conoscenza che l’esercito iracheno, aiutato dalla coalizione internazionale sarebbe arrivato da lì a breve, si è dislocato su altri territori. E’ pertanto fortemente impiantato a Raqqa, in Siria – altra fortezza jihadista – dove le truppe di Assad, coadiuvate dalle forze russe ed iraniane avanzano e dove grandi combattimenti sono già iniziati per liberare la città sotto assedio jihadista. Ma anche qui, non finirà la caccia contro quell’ « esercito » di mercenari, visto che in tanti agiscono già in Africa, nel Sinai, in Egitto ed in Libia.
Sarebbe pertanto una tragedia immane se l’unico obiettivo della Coalizione dovesse essere soltanto quello di porre fine al progetto genocidiario del « califfato » sul solo territorio iraco-siriano.
Sappiamo infatti che malgrado la perdita di Mosul, il gruppo jihadista dello « Stato Islamico » detiene ancora importanti territori nello stesso Iraq e continua a minacciare altre zone poste sotto il controllo dello Stato Iracheno.
Fra le più importanti città sotto il giogo jihadista spiccano, nell’ordine:
La città di Tal Afar. Occupata dall’ « ISIS » nel mese di giugno 2014 è una città che sorge a nord del Paese, a metà strada fra Mosul e la frontiera siriana e l’ ISIS ha, altresì, occupato tutta la zona di frontiera. Con una popolazione stimata allora in circa 200.000 abitanti, Tal Afar era una « enclave » sciita in una regione essenzialmente sunnita e popolata soprattutto da turcmeni.Tal Afar sarà, quindi, un’altra Mosul, « un’altra operazione di liberazione convenzionale », come ha affermato Michael Knights, dell’ « Institut Washington » sulla politica nel Medio Oriente .
Ma prima di una qualsiasi offensiva, restano delle questioni assai spinose :
Chi e quali truppe saranno coinvolte ? Chi controllerà la città una volta liberata ? Non sarà che l’insistenza delle milizie sciite ( pro governative) di voler controllare Tal Afar, mentre gli Stati Uniti e la Turchia rifiutano perfino di farle partecipare alla battaglia, potrebbe sfociare in un ulteriore conflitto ? Secondo alcuni esperti militari, il rischio è ben presente, vista la posizione strategica e di confine della città di Tal Afar.
Altra località in mano ai Jihadisti è Hawija, nella provincia di Kirkouk. Situata in una regione globalmente sotto controllo curdo, è a 180 Km a sud -est di Mosul ed a circa 300 Km a nord di Bagdad, è caduta nelle mani dell’ « ISIS » nel giugno del 2014.
Si tratta qui di una « città polveriera ». Nel mese di aprile 2013, la morte di 50 persone durante l’assalto delle forze irachene contro un accampamento di militanti anti governativi, è stato l’inizio di un lungo ciclo di violenze che hanno insanguinato tutto il Paese e che sono culminate, nel 2014, con la presa di quasi un terzo dell’Iraq da parte dello « Stato Islamico ».
Anche in questo caso gli interessi politici impediscono ad Hawija l’inizio di una qualsiasi « operazione di liberazione». La congiunzione dei curdi iracheni che vogliono controllare Kirkouk e le sue risorse petrolifere, delle milizie sciite irachene che vogliono evitare il rischio di un eventuale « separatismo curdo » e delle forze governative potrebbero condurre ad una totale instabilità. E’, quello, un covo esplosivo ad alto rischio, una sorta di « no mans land » che, secondo alcuni, potrebbe pertanto essere « trattato » per ultimo.
C’è poi la provincia occidentale di Al-Anbar in cui le forze irachene hanno riconquistato le due principali città, Ramadi e Fallouja. Ma lo « Stato Islamico » tiene ancora sotto controllo una lunga striscia di territorio nella parte ovest, lungo la valle dell’ Eufrate, con, soprattutto, la regione di Al-Qaïm sulla frontiera siriana dove la guerra continua.
Anche se « liberate » quelle zone resteranno molto difficili da controllare perché non è possibile vigilare su tutta la frontiera per impedire le incursioni dell’ « ISIS » in vaste zone desertiche come quelle ad ovest di Al-Anbar e con un esiguo numero di militari.
Molte zone tenute dal potere iracheno restano purtroppo sempre sotto la minaccia jihadista. Minaccia molto diffusa ed altrettanto reale e fintanto che le zone apertamente nelle mani dell’ ISIS non saranno definitivamente liberate, bisognerebbe forse iniziare ad intervenire altrove, poiché città come Diyala, liberata nel 2015 dalle forze irachene, hanno visto il ritorno indisturbato di jihadisti, anche a causa del persistente risentimento degli arabi sunniti nei confronti del governo a maggioranza sciita ed anche a causa della guerra ancora in corso nella vicina Siria.
L’Iraq si ritrova, quindi, costretto a dover rispondere sia all’imperativo di una ricostruzione materiale a livello strategico e geografico, sia a quello molto più profondo e molto più arduo della riconciliazione fra sciiti e sunniti, se vuole davvero evitare la sempre permanente « resurrezione » jihadista.
E sempre con l’auspicio che vengano individuati ed isolati gli Stati canaglia che hanno armato, formato e finanziato la truce barbarie che ha insanguito tutto il grande Medio Oriente, con al suo seguito milioni di vittime innocenti le cui vite vanno ad infrangersi, poi, contro i muri di cemento e di filo spinato del « civile », nonché « collaborativo» Occidente.
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