DI CHIARA FARIGU

E’ un mondo in subbuglio quello della scuola. In subbuglio e arrabbiato. Da troppo tempo. Ha subito una riforma imposta con un atto d’imperio, un piano assunzionale frutto dei capricci di un algoritmo ministeriale, un concorsone con troppi punti critici, oggetto di contestazioni e di infiniti ricorsi ai giudici di competenza, perdita senza eguali di considerazione sociale e in aggiunta, come se non fosse già abbastanza, il blocco del contratto fermo al 2008. A scendere in piazza, o meglio a incrociare le braccia, stavolta sono i docenti universitari. Sono circa 5400 quanti hanno aderito al MOVIMENTO PER LA DIGNITA’ DELLA DOCENZA UNIVERSITARIA tra docenti e ricercatori di ben 79 atenei ed enti di ricerca pronti ad astenersi dalla sessioni d’esami autunnali tra il 29 agosto ed il 31 ottobre 2017 (che verranno rinviati all’appello successivo) per “protestare contro quella che è a tutti gli effetti una discriminazione”, dicono i diretti interessati “stanchi di essere presi a pesci in faccia”. Nello specifico, i prof universitari chiedono che gli scatti di stipendio, bloccati nel quinquennio 2011-2015, vengano sbloccati a partire dal 1° gennaio 2015 anziché, com’è attualmente del 1° gennaio del 2016.
Una decisione che se da un lato vede ingrossare la fila delle adesioni, dall’altro preoccupa, e non poco, quanti, proprio in quei giorni, hanno programmato di sostenere gli esami per stare o rimettersi al passo col proprio piano di studi. “E’ inaccettabile che a pagare siano per l’ennesima volta sempre e solo gli studenti” sostiene l’Associazione studentesca Vento di Cambiamento Fenix, “ci batteremo affinché questo non accada e ribadiremo la nostra contrarietà nelle opportune sedi”.
Due fronti opposti, come avviene sempre quanto una parte di lavoratori manifesta un disagio della categoria. Purtroppo inevitabile anche se non compresa. La rabbia l’unico sentimento condiviso. Per ragioni differenti, come il disagio avvertito e l’impotenza dinanzi ad eventi che non possono cambiare. Perché l’interlocutore, l’unico che potrebbe mettere fine a questo tira e molla estenuante, è il Governo che, quando deve allentare i cordoni della borsa, fa orecchie da mercante. La motivazione sempre la stessa: mancanza di risorse. E quando, pressati dai sindacati, a loro volta pressati dalle richieste dei lavoratori, intavolano il discorso contrattazione, i risultati sono sempre deludenti. Si propongono briciole a fronte di nuovi e sempre più pesanti carichi di lavoro divenuti ormai insostenibili e inaccettabili. C’è anche da dire che la categoria, suddivisa in ordini e gradi, quasi mai si trova a combattere unitamente e anche questo è causa dei rinvii sine die da parte del Governo. Ma questa è un’altra storia, anche se parte importante della condizione in cui si trovano i lavoratori della scuola, penalizzati, tutti allo stesso, a causa di quel contratto tenuto nel freezer, congelato, bloccato.
Non è solo questione di ottenere qualche euro in più. Anche se non è da sottovalutare. Perché oltre allo sblocco a partire dal 2015 (e non dal 2016), come per tutti i dipendenti della P.A. chiedono che venga loro riconosciuto ai fini giuridici, con conseguenti effetti sulla pensione, il quadriennio 2011-2014. Affinché questi anni, regolarmente lavorati, non passino in cavalleria.
Lo sciopero degli appelli, il primo a livello nazionale, attende il via libera della Commissione di Garanzia. Nel frattempo, come suddetto, la raccolta delle adesioni di giorno in giorno s’ingrossa sempre più. Ad aderire, in massa, è la generazione di “mezzo”, gli accademici tra i 45 e i 55 anni che negli ultimi anni hanno subito provvedimenti di ogni tipo con carichi di lavoro maggiori ma con nessun ritorno in busta paga.
Un refrain arcinoto. A cui però gli accademici hanno deciso di dire basta

L'immagine può contenere: una o più persone e persone sedute

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