DI GIORGIO DELL’ARTI
Al Baghdadi sarebbe morto, ma dove sarebbe morto e come sarebbe morto non si sa. Non si sa neanche chi l’avrebbe ucciso.

Notizia falsa.
Non so. Qualcosa deve esserci. L’hanno dato morto a metà giugno, e quella volta sarebbero stati i russi, che più tardi ammisero di non poter produrre prove. Sono passati pochi giorni e ci risiamo. Dànno l’annuncio i giornalisti della tv di Stato irachena Al Sumariya. Dicono che la loro fonte è interna all’Isis, si trovas nella provincia di Ninive. Questa fonte avrebbe anche detto che l’annuncio ufficiale tarda perché si aspetta di decidere chi è il successore. L’annuncio ufficiale sarà dato – dicono – dalla città di
Tel Afar, divenuta la capitale di quel che resta dei territori del Califfo dopo la caduta di Mosul. Questa tv Al Sumariya sostiene di essere in possesso di un comunicato dell’Isis in cui si conferma tutto. Alle rivelazioni degli iracheni sono seguite le conferme dell’Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria (Ondus), un’organizzazione che ha sede in Gran Bretagna e dispone di una vasta rete di informatori in Siria. Ondus proclama come sua fonte certi dirigenti Isis che si trovano nella provincia orientale siriana di Deyr az Zor. Nessuno fornisce dettagli. È interessante però quanto riferiscono: «Il comunicato di Daesh dice che il nome del nuovo leader sarà presto annunciato, e fa appello ai seguaci perché continuino sulla via del jihad, e si tengano al riparo da crisi interne». L’accenno alle crisi interne farebbe pensare che la caduta di Mosul e la morte di Al Baghdadi avrebbero scatenato una lotta intestina all’interno dei vertici dell’Isis. Lotta di successione, cioè, per stabilire chi debba prendere il posto del Califfo morto. In ogni caso: gli americani dicono di non saperne niente e il mancato annuncio da parte del Califfato può essere strano, dato che la morte è vissuta laggiù come l’arrivo in Paradiso a maggior gloria del martire.

Cambierebbe qualcosa, per loro, se il Califfo fosse morto davvero?
Al Baghdadi godeva di un prestigio enorme. La tattica di farsi vedere il meno possibile ne ha accentuato la dimensione spirituale e la disponibilità alla sottomissione dei fedeli. Un carisma che al successore sarà difficile replicare. Nonostante le crudeltà messe in atto nei territori amministrati, una parte consistente della popolazione era ed è schierata con Al Baghdadi. Nel cuore di Mosul, dove comunque c’è ancora da conquistare una piccola area di due chilometri quadrati tra il Tigri e la moschea Al Nuri, sono rimasti ventimila cittadini che il governo di Baghdad sembra intenzionato a considerare affiliati per intero all’Isis.

Morte o non morte del Califfo questi dell’Isis stanno comunque perdendo, no?
Sì, la rotta dell’Isis è irreversibile e le condizioni che permisero ad Al Baghdadi, nel 2014, di conquistare e governare un territorio di quelle proporzioni non sono ripetibili. L’Occidente, tre anni fa, lasciò fare. Oggi le potenze hanno capito che è molto più costoso intervenire dopo che prima. Se il Califfo o il suo successore tentassero di rifare una guerra come quella, verrebbero sommersi da droni e bombe.

Chi potrebbe essere il successore?
Gli esperti fanno parecchi nomi. Iyad al Obeidi, cinquant’anni almeno, proveniente dall’esercito di Saddam e dal partito Baath, appartenente a una delle tribù irachene più potenti, prigioniero a suo tempo a Camp Bucca (come Al Baghdadi), in campo per la jihad dal 2003. Poi Iyad al Jumaili, almeno quarantenne, anche lui in campo dal 2003 e incarcerato a Camp Bucca, è l’uomo che sta dietro ai filmati orrendi che l’Isis ci ha fatto vedere in questi anni, è cioè un feroce applicatore della sharia. Terzo della lista: Muhammad bin Salim Layouni, detto Jalal Din al Tunis, benché non sia tunisimo, ma francese. È l’uomo che per conto del Califfo opera in Libia. Gli esperti avvertono però che la nostra conoscenza dello Stato islamico alla fine è scarsa. il nuovo leader potrebbe essere una personalità del tutto sconosciuta.

Le difficoltà dell’Isis significano che corriamo meno rischi di prima? Voglio dire: in Occidente?
Purtroppo no. Anzi: la sconfitta sul terreno spingerà i vertici dell’organizzazione terroristica a intensificare gli attacchi, unico modo per esserci agli occhi dei credenti. Le ricordo che la vera guerra del Califfo, sunnita, non è stata contro l’Occidente, quanto contro l’altra fazione, quella sciita capeggiata da Teheran. Un problema per il ritorno dell’Iraq alla normalità è proprio la persecuzione (inversa) del governo sciita di Baghdad verso i sunniti iracheni. La difficoltà di ricostruire materialmente le macerie della guerra in Siria e in Iraq sono niente di fronte alla difficoltà di ricostruire quei due Paesi – o quel che ne resterà dopo i prevedibili smembramenti decisi dalle potenze – sotto il profilo morale.

Annunci