DI LUIGI MANCONI

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E dai e dai, la conferma infine è arrivata: Roberto Maroni, oggi governatore della Lombardia e nel 2011 ministro dell’Interno, ha riconosciuto che esattamente in quell’anno il governo Berlusconi fece ricorsoa una direttiva europea del 2001 per concedere un visto di protezione umanitaria temporanea ai richiedenti asilo.
E con quella decisione consentì loro di superare i confini italiani per recarsi legalmente negli altri paesi europei. Dunque, come abbiamo scritto in questi giorni – in relativa solitudine, ma in buona compagnia con la Comunità di Sant’Egidio e di Radicali italiani – non è affatto vero che la sola scelta sia tra “bloccare i porti” e caricare sulle gracili spalle del nostro paese l’intera immigrazione proveniente dall’Africa.
La recente storia italiana ci dice che un’altra via, ragionevole e concretissima, esiste. Il governo italiano, infatti, in base a quanto previsto dalla direttiva 55 dell’Unione europea del 2001, ha la possibilità di ricorrere alla concessione della protezione temporanea ai profughi sbarcati sulle nostre coste. Quella direttiva stabilisce standard minimi per la concessione della protezione temporanea in caso di afflusso massiccio, nonché la promozione dell’equilibrio degli sforzi tra i Paesi che accolgono gli sfollati.
La durata della protezione umanitaria è di un anno e gli Stati membri sono obbligati a indicare la propria capacità di accoglienza; oltre che a cooperare per il trasferimento della residenza delle persone da una nazione all’altra. E prioritariamente va ricordato che nel nostro Paese oggi viene applicato l’approccio hotspot attraverso il quale vengono individuate le persone che rispondono ai criteri di un’altra procedura molto importante, quella della relocation. E anche quest’ultima, se attuata come previsto, inciderebbe in misura rilevante su un’equa dislocazione dei migranti nel continente.
Secondo l’Agenda europea del 2015, in cui quel piano è contenuto, entro il prossimo mese di settembre dalla Grecia e dall’Italia sarebbero dovute partire 40mila persone. Una quota che, quasi certamente, non verrà raggiunta a causa della scarsità di posti (e di risorse) messi a disposizione dagli altri paesi europei.
Ma torniamo alla direttiva 55 del 2001. Esattamente dieci anni dopo, il governo Berlusconi di fronte agli arrivi, già allora consistenti, di profughi dalla Tunisia, concesse “un permesso di soggiorno per motivi umanitari”, della durata di 6 mesi, rinnovati in seguito per un altro anno.
A marzo di quell’anno, alcune migliaia di tunisini entrarono o provarono a entrare in Francia muniti di permesso temporaneo valido per attraversare le frontiere: si aprì un contenzioso con l’Italia e la questione si impose a livello europeo. A maggior ragione oggi, in un contesto molto più delicato, precario e complesso, porre in questi termini la necessità di una presa in carico della gestione dei flussi da parte di tutti gli Stati membri avrebbe un impatto forte, senza mettere a rischio l’incolumità delle persone in fuga.
Qualora una richiesta analoga del governo italiano al Consiglio europeo non venisse accolta, si potrebbe comunque procedere all’adozione a livello nazionale di un provvedimento simile a quello assunto dal governo di centrodestra. Insomma, invece di evocare continuamente – e retoricamente – “i pugni sul tavolo”, non sarebbe meglio studiare e realizzare, con determinazione e rapidità, provvedimenti previsti dalle convenzioni e già utilmente adottati?

 

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