DI LUIGI MANCONI

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Mezzo secolo fa, a Sassari, gli omosessuali non esistevano. Ovviamente una simile affermazione è falsa, eppure allora così si pensava e si diceva: e, infatti, la questione omosessuale non trovava spazio nel discorso pubblico e in quello domestico, a scuola e sui giornali. Al più, nelle barzellette e nei profili incerti di alcune persone che suscitavano più imbarazzo che timore. E se pure, forse, in Sardegna gli omosessuali esistevano, si trovavano solo ed esclusivamente a Cagliari: città notoriamente di frontiera, di mare e di porto, città trasgressiva, licenziosa e libertina. Poi, nella primavera del 1967, a Sassari accadde qualcosa che ebbe un ruolo rilevante, come mi ha ricordato il professor Bruno Paba, mia memoria storica e mio monitore.
Era una di quelle sere sassaresi, mitissima e dolcissima, quando l’aria è tersa e appena un po’ frizzante, e noi si era qui, come tutti i giorni, a passeggiare avanti e indietro sulla pavimentazione – allora più bella della attuale – di questa splendida piazza. Improvvisamente, due giovani uomini, belli ed eleganti, si affacciano nella piazza, provenendo da via Roma: sono vestiti in maniera appena un po’ eccentrica, sono pettinati in modo non tradizionale e i capelli sono parzialmente colorati. Oggi si direbbe, con un pizzico di noia: i soliti punk.
Allora, chissà come e chissà per opera di chi, si diffonde una voce che corre, come direbbe Fabrizio De Andrè, “di bocca in bocca”: sono arrivati i frosci di Cagliari. (Attenzione: il termine all’epoca utilizzato era proprio frosci con la s). Si accese un subitaneo interesse e via via una folla si adunò intorno a loro, eccitata e curiosa, divertita e attratta. In un attimo si realizzò il rito della cionfra, ilare ma non violento, assillante eppure non aggressivo. E, direi, in un qualche modo affettuoso. Tuttavia i due giovani, presi dall’inquietudine, fecero per darsi alla fuga, ma, dopo una breve rincorsa, tutto si stemperò in una risata e in una caricaturale ovazione: viva i frosci!
Un episodio pressoché insignificante, certo, ma che ebbe un effetto liberatorio: fu la rivelazione della questione omosessuale tra la gioventù sassarese piccolo-borghese e medio-borghese e una sorta di epifania della trasgressione. La cosa infine fu nominata e “l’amore che non osa dire il proprio nome” (frase attribuita a Oscar Wilde) conquistò una sua legittimazione. Fatta, certo, anche di morbosità pruriginosa, ma comunque finalmente non censurata. Da quel giorno quegli adolescenti, che consumavano l’abitudine del passeggio quotidiano in piazza d’Italia, familiarizzarono con la presenza dell’altro e scoprirono – con maggiore attenzione e minore imbarazzo – quanti erano attratti, o sembravano attratti, dal proprio stesso sesso: alcuni compagni di scuola, magari della fila accanto, quello che giocava a calcio con noi allo stadio dei Pini e quell’altro ancora con cui ti trovavi nel circolo dell’azione cattolica.
Fu tutto molto rapido, e tutto cominciò a cambiare, anche perché – nel frattempo – grandi mutamenti sociali e culturali attraversavano l’Italia e l’Europa. Non che pregiudizi e discriminazioni evaporassero in un colpo solo, tutt’altro, ma è certo che qualcosa di profondo accadeva nella personalità dei singoli e nella psicologia sociale del Paese (e della Sardegna).
Oggi siamo qui, in quella stessa piazza, siamo tantissimi, eterosessuali e omosessuali e comunque ciascuno di noi si voglia chiamare in base alla forma del proprio desiderio. E fortunatamente è sempre meno diffusa la domanda: e tu di che sesso sei? Si cerca, piuttosto, di comprendere quali diritti e quali doveri a ciascuno di noi, a prescindere dalla propria sessualità, vengano riconosciuti o, al contrario, negati. E così, quando mi si chiede della mia identità, tendo a sottrarmi, a sfuggire, a dare risposte generali. E, se costretto, rispondo: Sono incondizionatamente eterosessuale, ma non mettiamo limiti alla divina provvidenza.
E sul piano dei diritti, quello essenziale, va detto che, ancora moltissimo c’è da fare. Appena qualche settimana fa, il Parlamento tedesco ha approvato la legge sul matrimonio paritario, un importante passo avanti rispetto al regime delle unioni civili, accolto nel nostro ordinamento solo un anno fa. La Germania ha approvato questa nuova legge col voto contrario di molti, ma senza che vi fosse alcuna guerra civile e, tantomeno, religiosa.
E così, mentre la gran parte della classe politica italiana discuteva di “legge tedesca”, ma pensando al modello elettorale, io ho presentato un disegno di legge “alla tedesca” sul matrimonio ugualitario. È un obiettivo difficile da conquistare, ma solo se si prosegue in questa direzione, davvero si potrà parlare di cittadinanza uguale per tutti e di piena parità di diritti e doveri. Solo allora, insomma, capiremo fino in fondo quei versi di Sandro Penna, grandissimo poeta e omosessuale. Quei versi che, a una prima lettura, potrebbero sembrare oscuri.
Scrive Penna:
“Felice chi è diverso essendo egli diverso. / Ma guai a chi è diverso essendo egli comune”.
Ecco, vorrei che provassimo a non essere gente comune, ma gente libera.

http://notizie.tiscali.it/cronaca/articoli/omosessuali-legge-tedesca/

 

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