DI FAUSTO PELLECCHIA

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In margine al dibattito interno della Bhutan (ri-)nascente sinistra italiana, vien voglia di sottoscrivere una parafrasi parodistica del celebre incipit del Manifesto : « Uno spettro si aggira nel cielo della politica italiana: lo spettro del centrosinistra (con o senza trattino). (…) È ormai tempo che la sinistra sans phrase esponga apertamente in faccia a tutti il suo modo di vedere, i suoi fini, le sue tendenze, e che contrapponga alla favola dello spettro del centrosinistra un esplicito manifesto programmatico»

E’ questa la lezione più feconda che si estrae dal forum tenutosi recentemente presso la redazione del quotidiano il Manifesto, al quale hanno partecipato Massimo D’Alema, Alberto Asor Rosa, Nicola Fratoianni , Anna Falcone, Maurizio Acerbo, Massimo Villone. Il dibattito si è incentrato sulle strategie più idonee per la costruzione di una lista unica alla sinistra del PD renziano, indicato come il principale avversario politico di un progetto autenticamente alternativo che aspiri a diventare altresì elettoralmente competitivo (superando le due cifre percentuali). La discussione sostanzialmente unitaria sul piano dei contenuti programmatici, si è subito polarizzata intorno a due divergenti ipotesi di metodo politico: da un lato, D’Alema e Asor Rosa, sia pure con sfumature diverse, hanno difeso la necessità di ricostruire un nuovo “centrosinistra”, liberato dalle ipoteche renziane, seguendo la linea tracciata in piazza Santi Apostoli, da Giuliano Pisapia (Campo progressista) e da Articolo Uno Mdp; dall’altro, Fratoianni, Acerbo, Falcone (ed in parte anche Villone) hanno insistito sull’idea di un radicale rinnovamento strategico nella sinistra italiana in grado di coinvolgere e di resuscitare le speranze di quella larga base sociale che ormai diserta sistematicamente le urne.
Al rifacimento parodico del testo marxiano, sarebbe dunque opportuno aggiungere una nota esplicativa di carattere linguistico, solo apparentemente ”estrinseca”, in relazione ai nomi e alle sigle dei movimenti che, dopo l’assemblea del 18 giugno al teatro Brancaccio e quella di piazza Santi Apostoli del 1 luglio scorso, stanno discutendo sulla possibilità di una lista unica.
Emerge con sempre maggiore chiarezza quanto sia perspicua e calibrata la denominazione con la quale Tomaso Montanari e Anna Falcone hanno voluto battezzare la loro coraggiosa iniziativa politica: “Alleanza popolare per la democrazia e l’uguaglianza”. La formula può risultare apprezzabile non tanto e non solo per l’adeguatezza ai contenuti fondanti del progetto, incardinati nel testo e nello spirito della Costituzione italiana e assunti come momenti essenziali, virtualmente aggreganti per chi, dopo il viatico della vittoria referendaria del 4 dicembre, intende continuare a battersi per la sua piena attuazione. Ma anche perché la sigla di “Alleanza popolare” evita accuratamente di impantanarsi nel dibattito nominalistico sulla “vera” sinistra, prevenendo il vezzo retorico -così deleterio e così diffuso nella galassia dei movimenti in statu nascendi- che inclina verso l’esibizionismo di chi ama proclamarsi sempre un “ po’ più a sinistra della stessa sinistra”. E che, perciò, piuttosto che intraprendere il faticoso cammino della ricomposizione unitaria basandosi sulla sostanza degli obiettivi comuni e sull’efficacia dei mezzi per conseguirli, si trincera in un autocompiaciuto e sterile isolamento.
Già per questo aspetto, il progetto Montanari-Falcone mostra la sua originalità e la sua intelligenza, dal momento che trascende la mera riscoperta delle ragioni e degli ideali che appartengono alla storia dei partiti e dei movimenti della sinistra italiana, per rivolgersi ad un blocco sociale molto più ampio, costituito dalle classi sociali sconfitte dall’offensiva neoliberista degli ultimi trent’anni. Si tratta di un progetto ambizioso e di lunga lena, che fa appello ad un’azione politica in grado di restituire realmente dignità e rappresentanza a quegli strati della società italiana che, stremati dalla lunga crisi economica, hanno finito col disertare, per sfiducia nelle istituzioni e nei partiti, ogni forma di partecipazione alla vita politica del paese, a cominciare dalle urne elettorali.
Con questo tentativo – che pure ha ricevuto l’adesione e la collaborazione di alcuni significativi movimenti politici e di numerose associazioni di base- contrastano gli assunti strategici del Campo progessista di Giuliano Pisapia e di Articolo Uno M.d.p. che hanno ribadito la necessità di muoversi nell’orizzonte di una ricostruzione del centrosinistra. Al di là dei punti programmatici, in larga misura condivisi anche da Alleanza popolare, si tratta di posizioni che, mentre rivendicano la concretezza e il pragmatismo tipici del riformismo, appaiono paradossalmente “utopici” e incongrui con l’attuale geografia politica italiana. Innanzitutto perché rimuovono la fine del bipolarismo introdotto dal sistema maggioritario. Com’è noto, l’ascesa del Movimento 5 stelle, lo spostamento verso il centro-destra del PD renziano come partito della Nazione, hanno letteralmente svuotato l’etichetta “centrosinistra” rendendola praticamente inutilizzabile: poco più di un cimelio del museo politico italiano degli anni ’90. Del resto, la definitiva smobilitazione di Romano Prodi costituisce l’atto finale che ne certifica l’avvenuto decesso.
Quanto al M5S, che la demagogia dei sondaggi preventivi e il verticismo dell’organizzazione interna sta trascinando verso posizioni tipiche della destra, è attualmente molto più probabile un suo progressivo avvicinamento al populismo della Lega di Salvini, piuttosto che all’orbita della sinistra.
D’altra parte, l’ipotesi di Pisapia e di Articolo Uno di una possibile alleanza con il PD renziano, dal quale bersaniani e dalemiani sono appena usciti per manifesta impraticabilità politica, è un obiettivo che gli elettori (e le persone di buon senso) farebbero giustamente fatica a comprendere. Tanto più che un sistema elettorale di tipo proporzionale, quali che ne siano i correttivi introdotti, rende comunque inagibile lo schieramento bipolare classico. Chi, infatti, rappresenterebbe il “centro” nel panorama odierno? Il redivivo Berlusconi o il suo successore designato, con l’appoggio del pregiudicato Verdini o del declinante Alfano? Oppure per “centro” deve intendersi lo stesso PD di Renzi-Gentiloni, che sta già intavolando trattative per le “larghe intese” con i personaggi prima citati, in contrapposizione con il M5S e che, peraltro, ha già rifiutato sdegnosamente una possibile alleanza con i dissidenti scissionisti di Articolo Uno?
C’è poi un’altra, conseguente, illusione che sembra animare le strategie di Campo progressista e di Articolo Uno: la volontà di presentarsi come “sinistra di governo”, etichetta che oggi si presta ai più clamorosi equivoci. Nella sua prevalente accezione tatticista – che ancora traspare al di là della lettera del discorso dalemiano- essa rinvia infatti all’immediata disponibilità per negoziati o per compromessi al ribasso, pur di far parte in qualche modo della maggioranza parlamentare, accettando di impegnarsi con patti di sottogoverno.
Eppure, se c’è una novità evidente nell’attuale quadro politico è che, al di là delle imbarazzanti oscillazioni di programma e di posizione politica, l’ascesa del M5S dimostra abbondantemente la possibilità incidere sugli assetti della politica italiana anche restando all’opposizione. Del resto, se si preferisce ricordare un precedente storico più illustre, il PCI della prima repubblica esercitò, dai banchi dell’opposizione, il ruolo di stimolo propulsore delle più importanti conquiste democratiche introdotte nel nostro paese dai primi anni ’60 fino ai primi anni ’80 del secolo scorso.
Bisognerebbe dunque rammentare che si è “sinistra di governo” innanzitutto per la forza e la pertinenza dei programmi e delle proposte, anche quando si esercita, nella maniera più rigorosa e intransigente, il ruolo dell’opposizione costruttiva. Perciò, se la rinascente sinistra italiana aspira davvero a riprendere e a rivitalizzare le proprie radici e i propri valori, dovrebbe anche imparare a smetterla di gingillarsi con nostalgiche rievocazioni di formule politiche del secolo scorso e, soprattutto, con la smania di sedere al più presto sui banchi del governo. Piuttosto, una temporanea astinenza dalle stanze del potere e una spregiudicata, radicale immersione nelle enormi problematiche socio-economiche in cui si dibattono l’Italia e l’Europa del XXI secolo, sembrano i presupposti irrinunciabili per avviare un nuovo cammino politico, lungo e difficile, ma altrettanto realisticamente promettente. La rinascita della sinistra italiana può e deve cominciare dalla presa d’atto che il tempo delle rendite di posizione e delle scorciatoie tattiche è scaduto per sempre: hic rohdus, hic salta.
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