DI CLAUDIA PEPE
Sono Fulvia e sono una barista in un centro commerciale, non sono in regola e lavoro in nero. Lavoro in questo bar da 18 anni per 3,50 euro l’ora. Sono una donna, una donna che deve vivere, e ho accettato questo lavoro anche se sapevo del mio essere sfruttata, di essere senza tutele e senza assistenza. Ma devo vivere. Sono pochi 3,50 euro all’ora, e mi spacco la schiena ogni giorno per racimolare quel poco che mi dà la speranza di poter mangiare e sopravvivere. Lo so di avere una vita invisibile, lo so, ma non pensavo che in questo mondo ci potessero essere storie scritte non da persone umane, ma da chi della vita stessa ne ha fatto commercio di anime. La mia storia, che non è la sola in questa giungla di aridità, comincia quando ho chiesto un giorno di permesso per andare al funerale di un mio familiare. Non pensavo che degli uomini mi potessero rispondere: “Senza preavviso di sette giorni non puoi andare al funerale”. Mi sono tremate le gambe a quelle parole, le lacrime le ho respinte per non cedere alla loro crudeltà, la mia carne fremeva per non spaccare ogni cosa. Ma, quei 3,50 l’ora mi servono, mi servono per non morire. Lavoro 53 ore la settimana, compresi il sabato e la domenica. Ferie e malattie non retribuite. Una figlia piccola a carico. Come faccio a ribellarmi? Chi mi può aiutare nella mia invisibile vita che ogni giorno mi appare sempre più consegnata ai rimpianti e alla nostalgia. Mi hanno risposto che dovevo avvertirli una settimana prima, ma la morte purtroppo non ti avvisa quando arriva, apre la porta e prende senza calcolare se tu sei una lavoratrice in nero, o una lavoratrice che avuto più fortuna di me. E la vita, quando decide che devi rimanere ai margini della tua esistenza, certo non ti fa mancare nulla. Neanche il privilegio del dolore. Le mie ferie e le malattie non sono retribuite, vivo nella speranza che tutto vada bene, per me e mia figlia. Ma, evidentemente ho avuto troppa sfrontatezza: ho chiesto un giorno per piangere. E non mi è stato concesso, perché se voglio unirmi alla mia famiglia in un giorno dove un abbraccio, una preghiera, è più importante di 3,50 l’ora, non posso farlo. Perché io, Fulvia, sono una donna invisibile. Invisibile per avere una dignità, una rispettabilità, la stima di chi mi vive accanto tutti i giorni da 18 anni a questa parte. Sono una macchina non sono una donna, io sono le mie mani che lavano, puliscono, servono, ma non sono quelle di una persona umana. Le persone umane non sono trattate come animali in gabbia, ma io, Fulvia lavoratrice da 18 anni in un bar a 3,50 euro all’ora, sono una da rinchiudere nelle sue mansioni senza far rumore. Neanche di fronte alla morte hanno avuto un momento di solidarietà, neppure di fronte alla sofferenza, mi hanno teso un sorriso. La morte non prevale sul lavoro, la morte non prevale sulla produzione, la morte non prevale sul profitto, sulle tue mani che devono essere controllate fino al termine del tuo turno. E non c’è nessuna speranza che le emozioni possano, anche per sole 24 ore, prevalere nel preparare caffè e cappuccini. Forse si sono accorti del mio patimento, ma si sono girati verso il registratore di cassa. La morte non timbra un cartellino, non ti avvisa, non ti dà 7 giorni preavviso. Sono Fulvia una delle tante persone invisibili che vivono questo mondo, un mondo che non mi appartiene, un mondo che mi dà 3,50 euro l’ora per sfamare me e mia figlia. E per 3,50 euro l’ora in nero, questo mondo ha anche il diritto di cancellare la mia memoria, la mia famiglia, i miei ricordi. Devo aspettare incessantemente l’inaspettato. E vivere per quegli attimi in cui divento una persona. Quegli attimi in cui mi perdo negli occhi di mia figlia.
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