DI DARWIN PASTORIN
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Leonardo Bonucci, uno della “vecchia guardia” juventina, tra gli artefici dei sei scudetti consecutivi di Madama, un lottatore amato dai tifosi, giocherà, dal prossimo campionato, nel Milan, rivale storica dei bianconeri. Apriti cielo! Il popolo della Juventus è diviso: chi lo considera un “traditore”, chi già lo rimpiange (in netta minoranza), chi, più saggiamente, parte da una consapevolezza: via via sono stati ceduti Tevez, Vidal e Pogba, e la Vecchia Signora non ha smesso di vincere, anche se “soltanto” in Italia (in Champions League, invece, continua la “maledizione”). Certo, questo è un addio che fa discutere. La Juve della super difesa (Buffon, Bonucci, Barzagli e Chiellini) perde un pezzo importante. Ma la cessione, in verità, era nell’aria. Durante l’ultima stagione si è spezzato qualcosa nel rapporto tra il difensore e l’allenatore Allegri, e di conseguenza con la società: il diverbio dopo il match casalingo con il Palermo, Leo che viene escluso dal match con il Porto (seguirà la partita da solo, seduto su uno sgabello) e infine quel “misterioso” intervallo di Cardiff, dopo il primo tempo della finale con il Real Madrid.
Bonucci, stando ad alcune ricostruzioni, avrebbe chiesto, a viva voce, al tecnico di sostituire Barzagli, in difficoltà, con Cuadrado, infine battibecchi con lo stesso Barzagli e persino con Dybala. Insomma: un Leo scatenato. La disfida con gli spagnoli era, a quel punto, sull1-1: finirà 4-1 per Cristiano Ronaldo e compagni. Una delusione cocente. Un’altra Coppa gettata al vento. Ed è l’estate, nella Juventus, delle partenze al veleno: Dani Alves che va al PSG criticando aspramente il club, e adesso la partenza di Leonardo Bonucci.
Francamente niente più mi stupisce. Il romanticismo del football è finito con le lacrime di Totti, con la commozione di Del Piero, con Buffon (uno degli ultimi “fedelissimi”), Del Piero e Nedved che decidono, nel 2006, di restare alla Juve malgrado la retrocessione in B. Punto. Le “bandiere” non esisteranno più, il football moderno sarà sempre più dedito al “marketing”, che ha sostituito il “dribbling”, il business ha messo da parte la fantasia, la prosa prevale sulla poesia. Aveva previsto tutto questo, in tempi non sospetti, molti anni fa, Eduardo Galeano:

La storia del calcio è un triste viaggio dal piacere al dovere. A mano a mano che lo sport si è fatto industria, è andato perdendo la bellezza che nasce dall’allegria di giocare per giocare (…). Il gioco si è trasformato in spettacolo, con molti protagonisti e pochi spettatori, calcio da guardare, e lo spettacolo si è trasformato in uno degli affari più lucrosi del mondo, che non si organizza per giocare ma per impedire che si giochi. La tecnocrazia dello sport professionistico ha imposto un calcio di pura velocità e molta forza che rinuncia all’allegria, che atrofizza la fantasia e proibisce il coraggio.

Così è stato. Peggiorando. È persino inutile parlare di “tradimento”: siamo alla “legge” del pallone moderno. Bonucci è una delle tante storie di oggi. Una storia con più rancore che passione. Un grande amore finito male, malissimo. Il Milan ha fatto, indubbiamente, un affare. La Juve possiede già l’erede, in casa: il giovane Daniele Rugani.
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