DI MARISA CORAZZOL
(nostra corrispondente da Parigi)

 

Per il suo primo « 14 luglio », Emmanuel Macron ha steso dei tappeti rossi per accogliere a Parigi il Presidente Donald Trump accompagnato dalla moglie Melania.
L’invito a Donald Trump ha voluto marcare – ipse dixit – il centenario dell’intervento americano durante la grande guerra avvenuto nel mese di aprile 1917. Ma l’obiettivo di Macron è ben altro e consiste soprattutto nel voler coltivare una relazione privilegiata con il suo omologo d’Oltre Oceano, al punto di farne la « punta di diamante » della sua politica estera.
Macron ha insistito molto per avere Trump al suo fianco in questa « giornata particolare » in cui a sfilare per primi sulla « più bella avenue du monde » sono stati gli americani, molti dei quali indossavano le divise dei loro bisnonni negli automezzi dell’inizio del secolo scorso che andavano dalle ambulanze, ai camions, ai carri militari dell’epoca. Il tutto condito dall’inno nazionale americano per la grande gioia di Trump e consorte che applaudivano a piene mani.
L’accoglienza riservata a Donald Trump, pronto a mettere in gioco la sua potenza militare e ad opporsi al multilateralismo per concentrare il mondo esclusivamente intorno agli interessi americani,non è certamente vista di buon occhio nella Francia di Macron, ma, evidentemente si tratta di studiare le possibili convergenze degli interessi strategici francesi nei teatri di guerra in cui la Francia è presente a fianco della coalizione internazionale, in Siria, come in Iraq.
Ma il Presidente francese vuole far passare la visita di Donald Trump come un mezzo necessario per evitare l’isolamento di un « prezioso, storico alleato » e quindi di « ricondurlo nel cerchio internazionale ».
Gli sforzi retorici di Macron, studiati al fine di minimizzare l’impatto negativo che ha suscitato nell’opinione pubblica la presenza del Capo di Stato americano a Parigi,il cui nazionalismo è fortemente contestato nel suo stesso Paese, non nascondono l’evidenza di interessi convergenti su diversi « dossier » ed in particolare quelli che riguardano gli investimenti in materia di difesa.
Donald Trump si è infatti lanciato in una nuova corsa agli armamenti aumentando di circa il 9 % il budget militare della superpotenza militare americana a partire dal 2018, mentre « l’Oncle Sam » spende già da solo l’equivalente di quanto spendono Cina, India, Francia, Gran Bretagna e Italia messi insieme. Ragion per cui, già all’inizio di quest’annoTrump ha esercitato una continua pressione su tutti gli alleati della NATO minacciando di abbandonare l’alleanza atlantica. Li ha accusati perfino di comportamento « sleale », poiché, affermava, si avvantaggiano dell’ « ombrello americano senza pagare dazio » e che fosse urgente aumentare significativamente gli investimenti militari.
Emmanuel Macron è stato il primo a rispondere « presente » e di concerto con Angela Merkel, ha annunciato un piano per « l’ Europa della difesa », presentato come strumento necessario al fine di stringere i ranghi di un’ Europa minacciata di dislocazione dopo il Brexit.
Trump è stato, quindi, accontentato. Emmanuel Macron ha infatti deciso di investire massicciamente nella « capacità e nell’industria militare » aumentando gli investimenti militari fino al 2% del PIL, contro l’attuale 1,7% e ciò da oggi fino alla fine del suo quinquennio presidenziale.
Un esborso di fondi pubblici considerevole che comporterà un forte ammanco per finanziare i progetti europei di cooperazione e di sviluppo, molto più urgenti ed altrettanto indispensabili per chi avesse davvero la sacrosanta volontà di salvare l’Europa. Cosa che, evidentemente, non è la priorità di Macron, visto che la sua neo « grandeur de la France » passa prima di tutto dalla centralità della supremazia militare francese che intende porre a capo della « difesa europea ».
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