DI CHIARA FARIGU

Continuano a chiamarla “emergenza migranti”. Ma per i molti sindaci che si trovano a doverla gestire questa fase è stata superata da un bel po’ di tempo. Preferiscono parlare di situazioni giunte al collasso, di condizione non più sostenibile e, a “difesa” dei lori territori, molto spesso piccole comunità, alzano le barricate come ultimo tentativo per non soccombere. L’incomunicabilità tra gli EE.LL. e lo Stato centrale si fa sempre più tangibile a punto tale che il famoso accordo stipulato lo scorso dicembre tra L’Anci (Associazione Italiana Comuni Italiana) ed il Ministero dell’Interno, relativo alla distribuzione sui Comuni della penisola dei migranti che sbarcano sulle nostre coste (2, 5 migranti ogni mille abitanti) si sta rivelando un vero e proprio bluff. Basta vedere le manifestazioni di protesta dei cittadini all’annuncio di possibili arrivi nei loro territori. E guai a chi si azzarda a chiamarli razzisti. E’ che proprio sono impreparati e inadeguati a dare quel sostegno e quegli aiuti che si chiede loro. E’ quanto sostengono, a gran voce da tempo. Gli ultimi, in ordine cronologico, gli abitanti di Castell’Umberto, nel messinese, con in testa il 1° cittadino Lionetto Civa che, dal suo profilo Facebook, ha lanciato un appello ai cittadini affinché scendessero in piazza a bloccare l’accesso ai quei 50 migranti, tutti minorenni, “imposti” dal prefetto, quasi senza preavviso. Non solo. La struttura individuata, un ex agriturismo, sarebbe da tempo in disuso, priva persino dell’utenza elettrica. Ma di casi come questi se ne contano sempre di più. L’esasperazione è tanta, troppa. Difficile ricordare come e perché si sia arrivati a toccare il fondo. Certo la crisi ha le sue responsabilità, così come la paura del “diverso”, soprattutto di quello indigente che necessita di tutto. Ma questa è solo una piccolissima parte del perché. Le responsabilità sono tutte della politica, di quella che cavalca la disperazione della gente, e ancor di più di quella che non sa fronteggiare adeguatamente, soprattutto a livello europeo, l’accoglienza gestione e ridistribuzione dei migranti. Chiacchiere tante, fatti pochi. Si alza la voce o si finge di alzarla e poi si firmano accordi capestro che hanno il solo scopo di peggiorare una situazione che sfugge sempre più di mano. E se l’Italia si sente lasciata sola a gestire un esodo umanitario di così vaste proporzioni, nel nostro territorio sono i sindaci a dire “basta, non ce la facciamo più”. La riprova giunge da Bari. Il sindaco De Caro, all’arrivo di 644 immigranti, sbarcati oggi nel porto della città, dal suo profilo FB si è rivolto direttamente ai suoi cittadini chiedendo loro aiuti di prima necessità, da indumenti di qualsiasi genere a cibi a lunga conservazione. I cittadini, esasperati, gli hanno risposto picche, commentando che molti baresi vivono per strada e vanno alla mensa della Caritas. Una disperazione che si taglia col coltello. Un’esasperazione senza uguali. Una risposta che ha colto il 1° cittadino di contro piede, ben diversa da quella data nell’agosto del 1991 quando arrivò dall’Albania quel primo “carico” con 20mila persone bisognose di tutto. Allora la città intera si mobilitò per accogliere come meglio poteva, perché quei disperati andavano aiutati. Forse la crisi, la disoccupazione galoppante, la povertà che colpisce milioni di famiglie e costringe i nostri giovani a cercare un futuro altrove, ha fatto perdere quel sentimento di pietas che c’era prima. Oggi è una guerra tra poveri, sempre più poveri. Per non parlare di chi dei migranti e sui migranti riesce a lucrare e fare il business sulla tratta degli innocenti. Ma questo è un altro doloroso capitolo della vicenda.
Eppure tra i sostenitori di “aiutiamoli a casa loro” e di “accogliamoli tutti”, una via intermedia dovrà pur esserci. Trovare quella giusta, equa dovrebbe essere compito della politica. Appunto, ma di quella con P maiuscola.

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