DI MARINA VIOLA
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Avevo letto Lo Straniero di Camus, in lingua originale, solo perché mi era stato assegnato durante le vacanze estive in quarta superiore. A quell’età, d’estate, si ha pochissimo tempo per pensare alla letteratura, per di più quella esistenzialista che mette una tristezza atroce e contrasta in tutto e per tutto con la vita di spiaggia durante il giorno e di baretti sul lungomare la sera, a sfoggiare l’abbronzatura. Della trama ricordavo solo i due avvenimenti principali e cioè la morte della madre e l’uccisione dell’arabo sulla spiaggia, ma per il resto era un buco nero. Se mi avessero chiesto di spiegare il libro avrei detto che il protagonista sembrava annoiato dalla vita, quasi depresso e rassegnato. Ma lo avevo letto a due pagine per volta la sera, prima di addormentarmi stanca di sole e di vacanza.
(edizione originale, 1942)
Poi sono diventata grande. Mi sono diplomata e laureata. Mi sono trasferita negli Stati Uniti, mi sono sposata, ho traslocato mille volte, dalla campagna del Massachusetts a Boston, a Brooklyn e poi di nuovo a Boston. Negli anni ho avuto: tre figli, quattro cani, sette gatti e diversi pesciolini rossi. Insomma, le cose normali delle persone un po’ bizzarre come me. Allo Straniero, a Camus e ai suoi quesiti esistenzialisti non ho mai più pensato.
Qualche mese fa sono andata con la mia famiglia in vacanza a Portland, in Maine, una cittadina molto bella con un centro pieno di negozi di antiquariato, di vestiti di seconda mano, di ristorantini e di librerie. Per la mia famiglia non è sempre facile andare in vacanza, soprattutto per via di Luca, mio figlio quasi ventunenne profondamente autistico, con la sindrome di Down e con una pigrizia da Guinness dei primati. Per cui io e Dan, mio marito, facevamo a turno a girare per la città con Sofia e Emma, le nostre due figlie che invece sono curiose e avventurose e non hanno sempre voglia di vivere al ritmo del loro fratellone.
Quando è toccato a me, io e le ragazze siamo entrate in una libreria enorme e disordinata, piena di scaffali impolverati con libri usati, quasi tutti a mezzo dollaro l’uno. I libri erano in teoria suddivisi in ordine alfabetico, in pratica poi Le Carré e Hemingway erano uno accanto all’altro. Cercavo una copia del Gabbiano Jonathan Livingston per Sofia, perché quando avevo diciassette anni come lei, era uno dei miei libri preferiti. Mentre mi guardavo intorno ho trovato The Stranger di Albert Camus, e senza pensarci più di tanto l’ho messo sulla pila di libri da comprare. Ho iniziato a leggerlo quella sera, spaparanzata sul divano in sala dell’airbnb che avevamo affittato.
Mother died today. Or, maybe, yesterday; I can’t be sure”.
Immediatamente mi è venuta in mente quell’estate là, e mi sono sentita una persona completamente diversa da allora, e dalla prima frase ho capito che anche il libro sarebbe stato percepito in modo diverso, non solo per il fatto che lo avevo letto in francese, lingua che ho studiato a scuola, ma che non parlo molto bene, mentre questa volta lo stavo leggendo in inglese, per cui senza fatica. Mi sono sentita completamente diversa perché in quelle poche parole ho trovato una profondità che non avrei mai potuto cogliere da ragazza. Poi ho pensato che allora non avrei potuto immaginare che il mio destino mi avrebbe portato a vivere con una persona simile a Meursault. L’assoluta mancanza di emotività, il distacco che Camus ci sbatte lì così, nella prima riga del racconto mi hanno tolto il respiro: una notizia così grave data come se fosse un orario del treno.
Questa frase, da sola, è il riassunto di tutto il libro. Meursault, il protagonista, attraversa gli eventi della vita con un’indifferenza quasi irritante: il rapporto con Marie, la sua compagna, che gli chiede se la ama e lui risponde che per lui non significa niente, ma che no, non pensa di amarla; il rapporto con i suoi amici, tutti ai margini della società, violenti e poco interessati alla vita, e poi la scena sulla spiaggia, quando Meursault si avvicina ai due arabi seduti davanti al mare, e spara più volta a uno, ammazzandolo ma quasi per caso. E infine il processo, in cui ancora una volta non prova alcun rimorso.
Questa indifferenza, questo diverso modo di interpretare la vita e gli eventi che la riempiono è struggente eppure assolutamente famigliare per me e per la mia famiglia. Sì, perché è proprio così che le persone autistiche vedono il mondo, è così che mio figlio Luca reagisce a quello che gli succede attorno. L’anno scorso, per esempio, siamo rimasti nella nostra casetta di campagna noi due da soli per una decina di giorni, e da quasi subito lui ha cominciato a essere aggressivo nei miei confronti: mi tirava i capelli, mi voleva mordere. Mi faceva paura. Un giorno mi misi a piangere a dirotto davanti a lui, chiedendogli di smetterla, ma lui non reagì per niente alle mie lacrime, perché non capisce che piangere è una reazione negativa, una reazione a un suo comportamento. Mi colpì moltissimo questa sua assoluta mancanza di empatia nei miei confronti, e ricordo di aver capito in modo ancora più profondo la differenza che c’è tra il mio mondo e il suo.
Più lo leggevo e più pensavo come fosse sorprendente che in un libro come Lo Straniero di Camus venga spiegato in maniera assolutamente sublime cosa vuol dire avere dei tratti autistici. Anche solo il titolo è perfetto: le persone autistiche sono straniere nel nostro mondo, costruito per persone a funzionamento come dire, normale. Lo so: la sua intenzione era un’altra, voleva farci capire la sofferenza dell’esistenza, voleva farci riflettere sulla condizione umana. E lo so: le persone autistiche non sono cattive o senza sentimenti, hanno un cervello che funziona in maniera diversa dal nostro. Luca è un ragazzo pieno di emotività, ma bisogna imparare a leggerla. Eppure, anche se è stato uno dei più importanti intellettuali del ‘900, immagino che Camus di autismo non ne sapesse proprio niente, e a me ha fatto riflettere su tutto fuorché all’esistenzialismo.
Ho riflettuto moltissimo sul destino, non solo quello di Meursault, in cella ad aspettare la morte, ma anche al mio, così diverso da come me lo ero immaginato, e su come le interpretazioni di un racconto cambino radicalmente a seconda delle circostanze personali. Credo che la potenza dell’arte si trovi proprio nella sua duttilità, nei suoi messaggi universali e allo stesso estremamente personali, diversi l’uno dall’altro.
Anzi: domani mi rileggo Il gabbiano Jonathan Livingston, per vedere di nascosto l’effetto che fa. (cit.).
http://www.cultweek.com/lo-straniero/
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