DI MARCO CHINICO’
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Maltrattamenti, vessazioni fisiche e psicologiche. Problemi della persona, esistenziali. Ancora oggi sottovalutati, ai quali si stenta a dare la giusta importanza. In tempi molto lontani e bui, ad essere disconosciute erano le violenze o abusi sessuali commessi dall’estraneo di turno su una donna. Quest’ultima in diversi casi considerata, addirittura, l’unica colpevole, responsabile per quanto subito e patito. La situazione attuale è decisamente mutata: i molti episodi, purtroppo, di femminicidio uniti però ad un’informazione continua sul tema, ci permettono di affrontare lo spinoso problema e combatterlo. Fino a qualche anno fa, un passato non troppo lontano, a non essere capiti e tutelati sono stati anche ragazzi o ragazze vittime di vessazioni a scuola. Atti discriminatori e violenti commessi da quei bulli, molto bravi a prevaricare sul più debole per sentirsi forti, potenti ed intoccabili. Solo da undici anni a questa parte, causa il pestaggio di un ragazzo disabile in un Istituto tecnico di Torino e l’esplosione del cyber-bullismo, questi fenomeni sono ampiamenti dibattuti e combattuti da scuole, famiglie ed istituzioni, seppur purtroppo a scoppio ritardatissimo. “C’è molto da lavorare; parlare di bullismo e femminicidio abbattuti, è troppo presto”.
Su una strada parallela, insieme a queste due grosse piaghe, ne esiste un’altra. Forse, la più brutta in assoluto perché, ancora oggi che siamo nel 2017, tempi modernissimi, 9 persone su 10 stenterebbero a capire il perché accade anche questo. Parliamo delle violenze domestiche subite, in età tenera, dal proprio padre. Un uomo, un marito, un padre di due bambine. Un vissuto nerissimo, infelice, da dimenticare. Genitori presenti fisicamente, ma assenti affettivamente. Maltrattamenti subiti durante i momenti clou di quel che doveva rivelarsi una vita bella, luminosa e spensierata. Un bambino, diventato, ragazzo poi uomo, coniuge e genitore. Infelicità giovanile e quella immensa frustrazione scaricata, poi, su moglie e figlie, soprattutto la più piccola, la sua vera “preda”. Dalla sicurezza che un papà dovrebbe trasmettere, all’insicurezza più totale che destabilizzeranno anima e mente di questa fanciulla. Una storia che, solo dopo anni e anni di silenzio, si vuole finalmente raccontare. A raccontarla è Carla, sorella maggiore della vittima. A scrivere e trasmettere questa storia veramente accaduta all’esterno, è la giornalista e scrittrice Alessandra Hropich.
“Quando il mostro è il proprio Padre”. Il titolo del suo nuovo libro. L’autrice spiega com’è nata questa voglia di parlare della triste vicenda, sottolineando quanto sia importante e vitale raccontare, denunciare le violenze che esplodono dentro le mura di casa propria: “In questo libro ho voluto mettere a nudo la personalità del protagonista come un uomo con tutte le sue contraddizioni e assurdità e con le tante maschere che sapeva ben indossare, per ingannare il prossimo come pochi. I suoi desideri e le sue perversioni hanno lasciato segni indelebili nella mente della moglie e delle figlie. Con molta difficoltà ho scritto la vita di un padre che è realmente esistito perché non è facile raccontare certi episodi, senza avere la sensazione di viverli in prima persona. Tuttavia ho cercato di tracciare l’essenzialità dei fatti perché non è facile descrivere ogni particolare, ogni momento di un persona che dalla vita ha saputo trarre solo il peggio per offrirlo generosamente alla sua famiglia. Per anni, una ostinazione della famiglia del protagonista aveva imposto di non farne parola con nessuno. La paura di non essere compresi e la certezza che il mondo fosse indifferente alle brutture, avevano costruito un muro invalicabile tra loro e gli altri. Purtroppo certi fatti accadono molto più spesso di quanto pensiamo, ma sono davvero pochi quelli disposti a parlarne, per questo ho voluto parlarne io, per sollevare il problema”.
La stessa scrittrice, lungo le pagine di questa sua “creatura”, attacca duramente il mal costume odierno di spettacolarizzare ogni fatto di cronaca nera, pensando solo allo scoop da presentare sulle prime pagine dei giornali, trascurando letteralmente cosa c’è dietro le singole barbarie dell’essere umano: “non condivido il fatto che l’opinione pubblica si concentri solo sullo scoop e non si ponga le giuste domande di volta in volta, ogni crimine letto sul giornale o sentito in tv o alla radio supera e cancella il precedente di cui non si parla più solo dopo pochi giorni. Ogni crimine merita attenzione, ogni delitto è un qualcosa a sé, un fatto sul quale vale la pena approfondire anche con l’ausilio degli psicologi e criminologi che studiano i comportamenti devianti. Alla base di ogni tragedia che si consuma c’è un dramma. Nulla accade per caso, occorre interrogarsi sul perché accadono certi fatti e non limitarsi a leggere le notizie sul giornale con l’indifferenza che spesso ci accompagna nella lettura di un quotidiano. I maltrattamenti possono portare anche al suicidio della vittima perché annullano ogni forma di vita e annientano qualsiasi gioia di vivere. Così come accadde alla moglie del protagonista che finì, poco a poco, con lo scoraggiarsi verso la vita da cui, al contrario, si aspettava molto”.
Essere vittima di violenza è umiliante, non un disonore che ci costruiamo noi stessi. Essere violentati prima, incompresi poi vuol dire essere uccisi due volte. Non denunciare quanto si vive e subisce, è la peggiore forma di debolezza che, dopo aver toccato il fondo, inizia a scavarci la fossa. “Abbattere ansie, paure di sorta e parlare, l’unica via per uscire dal vicolo cieco”.
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