DI PIO D’EMILIA
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Senza indulgere nella tipica retorica di destra (come ha fatto il Giornale e Libero, che titolano “l’Italia fa entrare i clandestini ma respinge i monaci tibetani”) non ci stiamo certo facendo una bella figura con questa storia dei visti ai profughi tibetani sospesi di punto in bianco, adducendo “motivi tecnici”. Il loro documento di identità, rilasciato dal governo indiano e da sempre riconosciuto anche dall’Italia, sarebbe troppo facilmente “falsificabile” e quindi non idoneo al riconoscimento della persona.
C’è davvero da sperare che questa assurda “stretta”, venga immediatamente rimossa e che il buon senso, oltre che la tanto declamata “legalità”, prevalgano. In Italia vivono – senza aver mai creato alcun problema – circa 300 tibetani. Altri vanno e vengono, ogni anno, su invito di varie associazioni e centri buddisti, tra i quali quello di Pomaia, in provincia di Pisa, è certamente il più importante. Lasciamoli entrare e uscire liberamente, senza ricorrere a mezzucci pseudoburocratici che odorano di servile sottomissione ai desiderata dei potenti di turno. Leggi Cina.
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