DI LUCA BILLI
In queste settimane in televisione viene trasmesso con una certa regolarità lo spot di una notissima fondazione che fa ricerca nel campo delle malattie genetiche rare; dal momento che questa fondazione opera grazie alle donazioni dei privati, organizza campagne molto note ed efficaci di raccolta fondi, tra cui appunto questi spot. Immagino li abbiate visti anche voi: si riconoscono alcuni bambini affetti da quelle malattie e i loro genitori. I bambini sono in primissimo piano, si vedono gli effetti delle malattie che li hanno colpiti, la madre di uno di loro è ripresa un momento prima di scoppiare in lacrime. Si tratta di un messaggio indubbiamente capace di ottenere l’effetto voluto, che raggiunge il proprio scopo: far donare gli spettatori. Anche le campagne di alcune importanti ong internazionali che gestiscono gli aiuti alle popolazioni più povere dell’Africa utilizzano lo stesso schema di comunicazione: immagini di bambini sofferenti, a volte agonizzanti, in primissimo piano. Anche in questo caso immagino che questi spot raggiungano il loro obiettivo.
C’è una celebre frase di Deng Xioaping: “Non importa di che colore sia il gatto, purché mangi il topo”. E mi rendo conto di quanto sia difficile riuscire a catturare l’attenzione di chi guarda la televisione, tra una sparatoria e una scena di sesso, tra una pubblicità di un telefono e quella di un’acqua minerale, capisco soprattutto quanto sia difficile spingere noi utenti distratti a fare una donazione: occorre in qualche modo scioccarci, turbarci, farci sentire colpevoli. E vedere un bambino che sta per morire è senz’altro un mezzo che ottiene questo risultato. In fondo la cosa importante è avere i soldi per continuare la ricerca o per organizzare gli aiuti e ancora più importante è che questi fondi siano spesi bene. Ma di tutto questo ovviamente non si riesce a parlare in uno spot di trenta secondi. Deve passare un’emozione, non un ragionamento. E in mezzo a emozioni forti occorre un’emozione ancora più forte. Quando tutti parlano ad alta voce, bisogna urlare.
I genitori dei bambini del primo spot che ho citato sono stati certamente informati di quello che stavano facendo, erano consapevoli della decisione di esporre in questo modo il dramma della propria famiglia e quindi questi spot sono assolutamente legali. Non so se i genitori, quando ci sono, di quei bambini africani, abbiano mai firmato un consenso per permettere l’utilizzo delle immagini dei loro figli, ma qui non mi interessa il problema legale, che pure esiste ed è rilevante, specialmente nella nostra società in cui le immagini sono riproducibili all’infinito e possono essere diffuse in un tempo velocissimo in ogni parte del mondo.
Per ora non occupiamoci dell’aspetto legale: diciamo che tutte le famiglie hanno consapevolmente accettato e hanno anche riflettuto sugli aspetti etici di questa loro scelta. Non voglio affatto giudicare quei genitori, rispetto le loro scelte e provo per loro una forte solidarietà. Quelle immagini mi interrogano comunque e credo ci dovrebbero interrogare: è lecito usare in questo modo la malattia – o addirittura la morte – per salvare delle vite? Io credo di no. Capisco le intenzioni di chi ha commissionato quegli spot, di chi li ha realizzati e anche le riflessioni che avranno fatto quelle famiglie prima di accettare di comparire in video, di mettere in mostra il proprio dolore. Però ho l’impressione che quegli spot mettano in moto la nostra parte peggiore, anche se ci illudiamo, con la nostra donazione, più o meno generosa, di esserci messi a posto la coscienza. Aristotele sostiene che assistere a un dramma, anche il più cruento, in teatro, ha per gli spettatori una funzione catartica: osserviamo Medea che uccide i suoi figli, in qualche modo riconosciamo che anche noi possiamo essere Medea, che i nostri istinti sono quelli stessi descritti dal poeta, e proprio in forza di questa rappresentazione ci liberiamo – forse – di quell’istinto. Ma anche nel momento in cui siamo più rapiti dal dramma, anche quando ci sentiamo totalmente identificati nelle donne e negli uomini che stanno sulla scena, e proviamo gli stessi sentimenti abietti che loro rappresentano, sappiamo che quella è una rappresentazione, sappiamo che quella donna non è Medea e che non ha ucciso i propri figli. Invece quei bambini degli spot stanno davvero morendo e noi li osserviamo mentre muoiono. E noi sappiamo che quelli non sono attori.
Poi certo noi li salviamo, la nostra donazione, i nostri pochi euro li salveranno, anche se probabilmente non salveranno proprio quel bambino: per lui il nostro aiuto non giungerà in tempo. Se va bene ne salveremo un altro, ma intanto noi abbiamo osservato un bambino che muore. Poi so bene che è meglio donare piuttosto che essere egoisti, so che facciamo bene ad alzare il telefono e a fare quella benedetta donazione, proprio mentre gli occhi di quel bambino sono indirizzati verso di noi e ci ricordano che siamo ricchi, che mangiamo ogni giorno, che ci laviamo con l’acqua corrente, anzi ci accusano di gettare il pane, di sprecare l’acqua. Ho l’impressione però che quel gesto non ci salverà. Magari per quelli di voi che credono quell’atto di generosità servirà, se non a farvi andare in paradiso, almeno ad accorciare il vostro soggiorno in purgatorio. Ma per noi che non crediamo quel gesto, che pure dovremmo fare – e dovremmo farlo più spesso – non cambia i rapporti di forza, non cambia il mondo. E’ scritto nel Talmud che chi salva una vita salva il mondo intero: è una bella frase, ma è falsa e serve solo a consolarci. Chi salva una vita, salva una vita, ma intanto vede il mondo morire. Ripeto so che neppure il più bravo dei pubblicitari potrebbe dire tutto questo, anche se volesse dirlo, in uno spot e che comunque non porterebbe soldi a chi ne ha bisogno, ma credo che prima o poi dovremo riflettere anche sulla carità, sul nostro modo di fare del bene.
La morte merita rispetto. O almeno silenzio, quando proprio non riusciamo a rispettare chi è morto, anche quando odiamo chi è morto. Non ci riusciamo. Per me quelle immagini non hanno rispetto per la morte e questo è tanto più grave perché dovrebbero educarci. Essere cattivi è piuttosto facile, ci viene naturale; essere buoni è un po’ più complicato. Credo dovremmo cominciare a pensare come è possibile diventarlo. E comunque quando tutti parlano ad alta voce, un modo per essere ascoltati è anche quello di tacere.
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