DI EMILIO RADICE
Sono cittadino italiano dalla nascita ma, almeno fino ai 25 anni, non me l’ero meritato. Forse neanche dopo. O forse sì, se confronto la mia vita con quella del bandito Vallanzasca, o di Pacciani o con quella dell’ultimo uxoricida “per amore”. Tutti italiani come me, grazie al sangue e per sempre. Io ho lavorato a lungo e non ho ammazzato nessuno, neanche ho rubato. Ho pagato le tasse. Dunque questo basta, forse, per riempire il credito che mi era stato fatto all’atto del concepimento: essere italiano senza merito, italiano presunto, o italiano a verifica futura. Almeno io così l’ho sempre intesa. E anche quando ho avuto un figlio ho avvertito dentro di me il senso di uno sdebitamento: la vita mi ha dato, io do alla vita. Dunque mi piace considerarmi Italiano per aver costruito un mio percorso, avere studiato, avere scelto un luogo in cui vivere, avere lavorato, avere pagato le tasse, non avere commesso delitti, aver rispettato la legge anche quando mi sembrava strana… E non posso capire perché un uomo come me, con un medesimo o più difficile itinerario, non debba essere pari a me Italiano. Se potessi mi spoglierei del mio “jus sanguinis” per abbracciarne uno meno sinistro, perché fra diritto nato dal sangue e diritto nato dalla vita (la casa, il lavoro, la scuola, le amicizie, il pane quotidiano…) non ci vuole molto a capire quale sia più giusto
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