DI LUCA COLANTONI

Con questa frase Bono ha sintetizzato tutto. È stata sul serio la serata migliore di tutte e per tutta una serie di motivi. Ah, una premessa: inutile tentare di capire se non si conoscono storia, significati e sfaccettature di ogni singola canzone, perché lì è da ricercare l’autentica magia di quello che hanno vissuto i 60mila dell’Olimpico in un afoso 15 luglio 2017, la magia che hanno messo in scena Paul, Larry, Edge e Adam studiando scaletta e tempistiche in maniera straordinaria, da intenditori. Questa “migliore serata di sempre” gli U2 l’hanno voluta dedicare a chi li segue da anni, a chi ha ascoltato attentamente tutti i loro pezzi, a chi ha avuto la voglia e il tempo di approfondire. E sta proprio qui la magia della “miglior serata di sempre”., dal senso di “famiglia” che Bono, commuovendosi, ha voluto esprimere: “Siamo una famiglia, noi e voi insieme e 30 anni fa Joshua Tree non sarebbe mai nato senza di voi, queste canzoni sono anche vostre. Grazie”. Le lacrime di Bono sul palco sono autentiche e non di facciata e tutti lo percepiscono. “Grazie”. Bono ha usato questa parola decine di volte durante la serata e questo rende onore a una star del suo calibro. Un concerto bello ed intimo. Per la prima volta c’è stato un vero e proprio dialogo tra la band e il suo pubblico. Non eravamo in uno stadio, ma in un grande salotto a passare una serata con dei vecchi amici. Un salotto dove ad un certo punto si è scatenato un’autentico tsunami pop/rock che ci ha investiti tutti grazie a Bono, la voce, i brividi, i toni alti e bassi, il suo sapersi muovere sul palco. Grazie a David Howell Evans, “The Edge” che è la melodia, l’assolo di chitarra che vorresti imparare a memoria, il brivido e l’adrenalina che corre su una corda di chitarra. Grazie ad Adam Clayton che è il polmone che pompa di basso come non mai e grazie a Larry Mullen che è il cuore che batte al ritmo di quattro quarti di batteria. Anzi, a lui un doppio grazie perché se quel 20 settembre del 1976 non metteva quell’annuncio nella bacheca della Mount Temple School di Dublino dove cercava dei musicisti, magari gli U2 non si sarebbero mai formati e non avremmo avuto, oggi, “la miglior serata di sempre”. Sì, la migliore, divisa in maniera geniale con le quattro canzoni antecedenti a Joshua Tree che hanno decretato il loro successo, poi il disco vero e proprio diviso in due parti proprio come se fosse un vecchio vinile da girare dopo aver ascoltato il lato A e poi le nuove sonorità, con le più rappresentative e con scariche di adrenalina a mille. “La miglior serata di sempre”. Non finirò mai di scrivere questa frase perché è così e non è solo questione di pura e semplice musica, nei loro testi cantati ieri sera c’è la religione, l’emancipazione, il patriottismo, la difesa degli indifesi, la protesta politica, quella sociale, l’amore verso il prossimo, la poesia. A proposito di poesia, ieri sera Bono ha voluto citare Keats, il suo poeta preferito che è sepolto proprio a Roma e subito dopo, dedicandola a lui, gli U2 mi hanno regalato una versione live di Bad che difficilmente riuscirò a dimenticare. Per me è la prima loro canzone ascoltata, quella che mi ha fatto “innamorare” di questa band. “Keats è uno dei miei eroi” dice ad un certo punto e Bad diventa Heroes per un omaggio a David Bowie. Attenzione, è stato un concerto intimo, ma assolutamente non nostalgico perché grazie a quel meraviglioso schermo e a come è stato strutturato, sembrava che Joshua Tree fosse stato scritto adesso e lo stessero presentando ora. Attualissimo. Trent’anni e non dimostrali. Questa è l’altra magia della “miglior serata di sempre” che è proseguita con la musica e il supporto delle immagini con l’America a fare da denominatore comune, quell’America ispirazione musicale. La serata di quelle strade che non hanno nome, con quell’ancora non ho trovato quello che cerco, quello del correre restando sempre fermi, del con o senza te e del coraggio delle Madri di Plaza de Mayo, dell’omaggio alle donne in grado di cambiare il mondo e della stoccatina a Trump. La serata di Miss Sarajevo che diventa Miss Siria, del ringraziamento all’Italia per quello che sta facendo per i migranti e per il carico che sta sopportando. La serata della bellissima coreografia sugli spalti, la serata della splendida e immortale One cantata con uno stadio in rigoroso silenzio come se fosse un passo importante di una messa cantata. La serata dell’orgoglio. Intonando Pride, infatti, un Bono mai così in lingua italiana dice: “Conserviamo la fede, la pace e la compassione”. In The Name Of Love. Questo il “credo” del loro Rock. Io c’ero ed avrò qualcosa da raccontare negli anni a seguire, una bella storia di musica e passione. Gli U2 hanno spesso ringraziato il pubblico. Io invece ringrazio loro per quella voglia di libertà infinita nell’ascoltare tutti i loro brani, perché a me e a tutti noi pazzi e innamorati di voi, orgogliosamente faziosi, piace camminare laggiù, “where the streets have no name”, dove le strade non hanno un nome, per una libertà di due sole lettere: U2…
Paul, Adam, Larry, Edge: grazie di cuore per avermi regalato “La miglior serata di sempre”… !!!
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