DI GIOVANNA MULAS
 C’è una mia storiella che, spesso, amo raccontare agli allievi del Laboratorio di Scrittura, e agli amici. Parlo di chirurghi e giardinieri felici. In una sala operatoria si sta intervenendo chirurgicamente su un paziente che è un mio carissimo amico, a cuore aperto. Io lavoro come giardiniere e amo, adoro i fiori e quei colori accesi, i profumi che stordiscono e mi distraggono dal resto. Cosa è la Vita, se non bellezza?. Ora mi monta l’angoscia, la paura: ho paura di ciò che non conosco. Spio l’intervento oltre il vetro della sala, c’è un piccolo oblò che mi permette di farlo. Prima dell’inizio dell’operazione, gli infermieri mi hanno fatto indossare il camice verde di prassi, ho ricoperto le scarpe, ho i capelli nascosti da una cuffia.
Tutto è sterile attorno a me, ovvio che debbo esserlo anche io. Guardo ciò che avviene nella sala e attorno al corpo: luci e monitors, flebo e lettino, attrezzi da chirurgo, sento Mozart in sottofondo, vedo l’avvicendarsi di medici e assistenti, mani passano a mani, partecipo con commozione all’intervento e m’immedesimo, lo faccio per ore, brontolo contro i medici perfino, per la lunga attesa.
Eppure mai, nonostante l’emozione, spalancherei quella porta per entrare in un luogo –sacro, in quel momento è sacro!- che non mi appartiene se non per sentito dire o letto o sognato o… . Mai mi permetterei di togliere dalle mani del chirurgo il bisturi per ‘rivestirmi’ della sua professionalità (“Se ci riesce lui posso farlo anche io”) quindi continuare in sua vece ad intervenire chirurgicamente sul paziente. Semplicemente perché farei morire quel paziente.
Perché al di là la mia buona volontà, degli studi fatti oppure no, di cultura e ipotetica bontà io non sono un chirurgo. Esistono dei confini che non vanno oltrepassati e che vanno difesi; spesso anche dalla buonafede dei più. Sei una brava persona amico mio, ma il chirurgo non sei tu e qui è a rischio una vita.
La Società italiana ha già da anni oltrepassato la soglia del rischio: piange lacrime di sangue e l’ignoranza non aiuta il popolo (la massa dei ‘trascurabili’ di Arthur Machen) a difendere i propri diritti. Le file di intere famiglie –di italiani- alle mense Caritas rappresentano soltanto la punta dell’iceberg.  
Arte uguale Vita. Se, nonostante la realtà, c’è ancora chi vuole fermarsi fuori dalla sala operatoria per prendere un caffè o guardare l’intervento in corso per me non rappresenta un problema, e non voglio interessarmi ai motivi; ognuno è libero di fare ciò che vuole, della propria esistenza.
Ma lasciate lavorare i chirurghi.
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