DI RUGGERO PO

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In principio fu la “Tribuna Elettorale”. Il primo confronto pre-elettorale della storia televisiva italiana andò in onda alle ore 21 dell’11 ottobre 1960. Era di martedì. Per i successivi 6 e 7 novembre, 32 milioni e mezzo di persone erano chiamate alle urne in una tornata amministrativa che, praticamente, comprendeva l’intero territorio italiano. I tempi furono considerati maturi per affiancare ai comizi di piazza un programma televisivo attraverso il quale gli italiani potessero formarsi un’opinione.
Moderatore Gianni Granzotto, ospiti gli esponenti dei partiti dell’arco costituzionale, da Aldo Moro a Giovanni Malagodi, da Giuseppe Saragat a Pietro Nenni, la trasmissione arrivò a punte di 15 milioni di spettatori. Il canale, in bianco e nero, era ancora unico, il “Programma Nazionale”, e la scelta era obbligata: o la radio, che ancora aveva il suo posto d’onore nel tinello, o la “Tribuna Elettorale” , successivamente “Tribuna Politica”, che durò, con grande favore del pubblico, fino alla metà degli anni Settanta del secolo scorso.
FUSARO l’avvento delle televisioni e delle radioradio private, in quegli anni, a modificare profondamente lo scenario mediatico e a offrire nuove opportunità di comunicazione politica. Quando la RAI perse il monopolio a metà degli anni ‘70, la dimensione territoriale delle nuove emittenti, unita all’assenza totale di regolamentazione, diede migliaia di nuove tribune a politici locali e nazionali. Tornate nazionali, amministrative e referendum a ripetizione portarono nelle casse dei nuovi editori fiumi di denaro. Onorevoli e assessori, consiglieri provinciali e regionali ebbero improvvisamente, e inaspettatamente, l’opportunità di guardare il proprio elettore attraverso l’occhio elettronico e di misurarsi con linguaggi totalmente diversi da quelli del comizio, del giornale o dell’interazione diretta tipica dei volantinaggi e dei porta a porta  Al mattino in radio per giovani e massaie, alla sera in TV per tutta la famiglia, quegli anni assicurarono al candidato platee vaste, diversificate, su misura. Radio e televisione rimasero, fino alla fine del ventesimo secolo, i mezzi privilegiati per la comunicazione politica di massa. Protagonista indiscusso, sopra ai contendenti, il giornalista moderatore ancora titolare di grande credibilità. La stampa quotidiana e le riviste, almeno fino agli anni delle prime inchieste anticorruzione, non modificarono sostanzialmente il loro format di informazione politica.
Un altro cambiamento significativo avviene proprio ora. Con il Referendum Costituzionale del 4 dicembre 2016, la prima generazione di nativi digitali italiani debutta al seggio. Ragazzi sempre più digiuni di televisione, ciononostante sempre connessi al flusso di notizie disponibile online, abili nel costruire a secondo il gusto personale il proprio palinsesto, anche informativo. Le statistiche concordano: sotto i venticinque anni la TV si guarda mediamente una volta la settimana, mentre l’età media dello spettatore del servizio pubblico sale inesorabilmente sopra i cinquant’anni. Illuminante l’Analisi 2015 dell’Autorità Garante per la Comunicazione su dati SWG: il web è in seconda posizione come fonte di approvvigionamento informativo degli italiani e tallona sempre più da vicino la televisione. Rimangono indietro i quotidiani e a grande distanza radio e periodici.
Il giornalista-mediatore, intanto, perde di credibilità. Fuori dalla redazione del quotidiano, nell’arena televisiva, l’editorialista è su un terreno che non può controllare. Il cittadino, sempre più disorientato, cerca ora rifugio nella immensa palude di internet. Nella società della battuta, dove il parlamentare abbandona le sedute della Camera per andare perfino a cantare a “Un Giorno da Pecora” l’elettore spegne la radio e si butta sul tablet. Quello che cerca trova, ma deve utilizzare la propria personale “cassetta degli attrezzi”, che sia sufficientemente fornita o no, per distinguere il vero dal falsoSul web, infatti, la mediazione giornalistica è quasi assente.
Grande clamore suscitarono i sospetti che, nell’autunno del 2016, l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca fosse stata supportata da una possente campagna costruita a tavolino dalle centrali del fake. Vere e proprie redazioni nelle quali un pugno di creativi, che inventano la notizia infamante del giorno, ovviamente falsa, sono affiancati da molte decine di colleghi che, sotto falsi profili socialdel tutto credibili, rilanciano, condividono, imprecano, infangano. Una volta accesa la miccia, l’incendio divampa nel mondo reale.
Non solo Stati Uniti. Si calcola che nello stesso periodo, in Italia, centinaia di altre bufale abbiano inquinato la campagna referendaria sulla riforma costituzionale. La notizia più condivisa su Facebook, tra ottobre e novembre 2016, fu un falso: “Trovate a Rignano sul Membro 500mila schede già contrassegnate con il Sì”. Più di duecentomila condivisioni, accompagnate da commenti di indignazione vera, senza che un buon numero di utenti nemmeno si insospettisse dello strano nome di quel Comune, parodiato da quello di nascita dell’ex premier Matteo Renzi. Notizie clamorosamente false, come le altre su Agnese Renzi che avrebbe votato No, o Luciana Littizzetto che avrebbe abbandonato la carriera televisiva se avesse vinto il Sì, mescolate a notizie vere per ingenerare, se possibile, un disorientamento ancora maggiore.
Inutile, se non controproducente, cercare di smontare le bufale. Contestare le fake news significa in fin dei conti rilanciarle, metterle nuovamente in circolo senza avere la certezza che il lettore si renda conto dell’inganno o presti l’attenzione necessaria a comprendere cosa accade. D’altra parte quasi un italiano su due, il 47% della popolazione adulta, come certificò l’Ocse sempre nel 2016, non è in grado di andare oltre una comprensione approssimativa di ciò che legge.
Le affissioni sono sparite, di comizi non se ne fanno quasi più, i mass media, nel loro complesso, rimangono i principali, se non esclusivi strumenti per formarsi le opinioni politiche e andare a votare. L’autorità Garante, nella analisi SWG citata, certifica che nel 2015 il 65 per cento della popolazione si informava attivamente cercando le notizie sul web e che le testate native digitali e i blog già erodevano consensi alle pagine p
Nessun mezzo di informazione sembra destinato, a oggi, al pensionamento. La radio resta vivace e, se pur con fatica, la televisione a pagamento prende quota. Se ritorniamo, però, ai dati SWG 2015 quando si tratta di informarsi sulla scelta elettorale, televisione e internet la fanno da padroni rispettivamente col 44,7 e il 36,4%, mentre a quotidiani, radio e periodici restano le briciole. È per questo che le battaglie partitiche sul controllo della televisione non perdono d’intensità, e che il web è sempre più massicciamente utilizzato da chi è coinvolto nel confronto elettorale.
http://www.aspeninstitute.it/aspenia-online/article/nuove-e-vecchie-vie-della-comunicazione-politica
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